Il Personaggio

Quello del biellese Alessandro Rigola per l’organo è un amore nato da bambino

A 8 anni ha scoperto la sua vocazione. Li costruisce e li restaura lavorando legno e metalli: un artigiano con tanti progetti.

Quello del biellese Alessandro Rigola per l’organo è un amore nato da bambino

La sua famiglia si occupava di pianoforti e armonium, lui, Alessandro Rigola, 48 anni di Biella, costruisce e restaura organi: realizzare strumenti musicali è stato il suo obiettivo da sempre.

Come ha iniziato?

«Da bambino ero spesso con mio nonno. Posso dire di essere cresciuto in laboratorio e la mia passione per il lavoro manuale è cresciuta col tempo».

Ha avuto un momento preciso in cui è scoccata la scintilla e ha capito che sarebbe diventato il suo mestiere?

«Avevo 8 anni. Il mio parroco, sapendo che studiavo pianoforte, mi ha fatto sedere all’organo invece di farmi servire come chierichetto. Non ho mai avuto velleità da concertista, ho sempre voluto costruire strumenti musicali e non è stato facile arrivare a realizzarli e ripararli tutto in proprio: ho investito passo dopo passo nella mia ditta e oggi non “assemblo” ma realizzo partendo dalle materie prime».

Quanto tempo serve per costruire un organo?

«Dipende dalle dimensioni e dalle richieste ma in media ci vuole almeno un anno di lavoro, proprio perché la nostra è una lavorazione artigianale».

I vostri committenti?

«Le chiese nel 90% dei casi, che chiedono strumenti di medie dimensioni, per contenere i costi».

Quali materie prime utilizzate?

«Principalmente legni duri, mogano e rovere. Gli strumenti antichi sono di noce ma oggi scarseggia e costa tanto. Stessa cosa per i metalli: usiamo il piombo per le canne ma proprio in questo periodo sembra che l’Europa voglia bandirlo e quindi capiremo, nel caso, come sostituirlo. Al di là del materiale, influisce sul risultato il modo in cui lo si usa».

Quanti strumenti ha realizzato?

«In questi 23 anni in cui ho la ditta, ho costruito 20 organi nuovi; il 99% del mercato è dato dal restauro. Il nuovo regala maggiori soddisfazioni perché vi è più libertà nella creazione, il restauro è vincolato dai dettami della Sovrintendenza e poi, spesso, si interviene su strumenti che non meritano così tanto l’investimento. D’altra parte la CEI finanzia a fondo perduto questi interventi e con la scarsità di entrate, molte chiese scelgono la via del recupero conservativo. Ho avuto, però, anche la fortuna di restaurare pezzi magnifici».

I “pezzi” che ricorda con maggiore soddisfazione?

«Il restauro dell’organo di Tavagnasco, uno dei più antichi del Piemonte, con anche una parte importante di ricostruzione della tastiera e della consolle, è stato un lavoro gratificante. Per i nuovi, penso a Subbiano Riviera: era già stato avviato un altro progetto di realizzazione e subentrare è stata una vera sfida, per me vinta».

Quanto è difficile il suo mestiere?

«Impararlo è molto difficile perché si richiedono competenze vaste: dalla lavorazione di legno e metalli, alla manualità che è ancora basilare, alle nozioni di fisica, acustica ed elettronica. Il bello di questo lavoro è che ogni giorno è diverso, non ci si annoia di certo. In Italia non ci sono scuole, come all’estero, e l’unica opzione è quella di andare a bottega, sperando di trovare qualcuno che abbia voglia di insegnare. Io ho bussato a parecchie porte nel Biellese ma non ho ricevuto risposte entusiasmanti; per fortuna ho incontrato un organaro svizzero che lavorava in Piemonte e sono stato il suo apprendista per dieci anni. Mi sono poi messo in proprio. A Crema vi è stato un tentativo di aprire una scuola ma la qualifica teorica non è sufficiente: servono anni di esperienza e prospettive di lavoro. Il nostro mondo è molto chiuso, siamo gelosi del mestiere e vi è poca collaborazione tra professionisti. E pensare che ci sarebbe lavoro per tutti! Tra 5 anni molti colleghi andranno in pensione e per chi resta il mercato sarà molto interessante, anche perché vi è un incremento di domanda: dopo il Concilio vaticano II è stato tutto un fiorire di chitarre durante le celebrazioni, poi si è tornati all’organo ma spesso nella versione digitale, pensando fosse meglio ma lasciando spazio anche a molti “pasticcioni”. Ora si torna alla tradizione e si punta sulla qualità: vedo quindi un futuro roseo».

Ha degli eredi?

«Non nella mia famiglia ma a settembre inizia un apprendista che si è appassionato dopo il periodo di alternanza scuola-lavoro. Abbiamo avuto altri giovani che sono avvicinati al mestiere ma l’entusiasmo iniziale è scemato in fretta con la fatica. D’altra parte nella nostra società, se un giovane è intelligente non viene indirizzato verso professioni artigianali e spesso i ragazzi pensano di poter trovare impieghi dove si lavora poco e si guadagna tanto. Se si chiede ai bambini cosa vogliono diventare da grandi, è difficile che rispondano “l’organaio”…».

Il suo sogno nel cassetto?

«Ne ho tanti ma a volte manca il tempo per realizzarli. Ho tante idee e un paio di progetti, sempre collegati al mio mestiere, che vorrei sviluppare. Il sogno già realizzato è stato quello di rendermi indipendente su ogni passaggio, anche dal punto di vista dell’organo a trazione elettrica. Mi stava stretto il fatto di dovermi rifornire, di dispositivi adatti, dalle due-tre ditte presenti in Italia. L’investimento iniziale è stato mastodontico per una piccola realtà come la mia ma la scelta sta pagando: abbiamo prezzi competitivi e stiamo facendo innervosire i concorrenti; questo significa che stiamo lavorando bene e nella giusta direzione».

Ha degli hobby oltre il lavoro?

«Viaggio con mia moglie in camper: rappresenta una valvola di sfogo che mi permette di staccare davvero dal lavoro, soprattutto dalle “scartoffie”. Avendo la fortuna-sfortuna di avere casa al piano sopra il laboratorio, solo viaggiando posso allontanarmi dal mestiere. Amo le auto storiche e gli orologi. Ecco, avessi dovuto scegliere un piano b, avrei voluto fare l’orologiaio. Mia madre mi ripete che sarebbe stato meglio perché mi sarebbe bastata una piccola stanza per lavorare!».

Quanto pesa la burocrazia?

«Parecchio e io ho anche mia moglie che mi aiuta: ci sono continui cambiamenti sulle normative e l’inserimento di dati. Spesso fanno “passare la voglia”. Ho 3 dipendenti e pratiche come fossimo un’industria. Intere giornate non sono dedicate al mio lavoro ma alle pratiche: molta meno poesia!».

Da dove arrivano gli ordini?

«Dall’Italia, moltissimi dal Sud. Sto studiando il mercato estero, soprattutto Spagna e Germania, che potrebbero essere occasione di espandersi anche se l’organizzazione non sarebbe così semplice. Partecipo ogni anno a una fiera del settore religioso a Bologna e ho avuto richieste anche dall’Africa, ma dovrei essere strutturato in maniera diversa: noi siamo artigiani. Io non mi pongo limiti, comunque, non ci ferma mai e bisogna buttarsi. All’inizio non è mai facile, ma se non ci avessi creduto, ora non sarei qui a raccontare. Ho perseverato e i risultati sono arrivati e sono contento».