Immagine di apertura realizzata con Intelligenza Artificiale.
Quella del lavoro povero è una questione sempre più frequente, che riguarda il mercato del lavoro nel nostro paese, ma nel Nordovest meno che altrove.
Secondo un’indagine condotta dal Centro Multiservizi di Filcams Cgil infatti l’incidenza del lavoro povero nel totale dei settori lavorativi riferimento della sigla sindacale, ossia i dipendenti di imprese private operanti nei Servizi e nella Filiera del Turismo, riguarda il 38,48% dei lavoratori del Nordovest. Un dato che comunque deve destare la nostra attenzione, ma che dimostra anche come da noi si stia un poco meglio che nel resto d’Italia, dove l’incidenza del lavoro povero è di quasi il 50% (47,51%). Per lavoro povero l’Unione europea intende quello di lavoratrici e lavoratori di età compresa tra 18 e 64 anni occupati per più di 6 mesi l’anno ma con un reddito familiare inferiore al 60% della mediana del reddito disponibile equivalente. L’indagine Filcams invece per evitare distorsioni interpretative intende il lavoratore povero come un lavoratore attivo i cui guadagni rimangano al di sotto di una certa soglia, stabilita nel 60% della retribuzione annua mediana nazionale e corrispondente a 13.950 euro per i lavoratori occupati almeno una settimana l’anno.
Nel Nordovest le retribuzioni sono più elevate che altrove
Scendendo nel dettaglio dell’indagine, dai numeri emerge come nelle nostre regioni di riferimento le retribuzioni siano più elevate che altrove. Con una retribuzione annua media di 22.857 euro siamo decisamente sopra alle altre aree geografiche. Il Nordest segue a 19.522 di media; il Centro a 18.187 di media; Sud e Isole infine chiudono l’elenco con 13.750 di retribuzione annua media.
Anche nel lavoro povero esiste una questione di genere
Lungi dall’essere risolta nel concreto delle buste paga, la questione di genere appare evidente anche in questa osservazione. Trasversalmente a tutte le aree geografiche, i maschi percepiscono stipendi più elevati rispetto alle femmine. E nel Nordovest è dove la forbice è più estesa: per i maschi la retribuzione media raggiunge i 26.853 euro annui, mentre le femmine si fermano a 19.715 euro l’anno. E l’incidenza del lavoro povero è più elevata nella componente femminile (43,43%) che in quella maschile (32,18%). A livello nazionale il gap di genere è meno esteso: la media annua per gli uomini è di 21.615 euro, mentre per le donne 16.406 euro. La media totale è di 18.755 euro annui. L’incidenza del lavoro povero arriva al 52,93% nelle donne in Italia, mentre negli uomini si ferma al 40,92%. Questo dato è superato solo da quello relativo al Sud e Isole, dove il lavoro povero incide per il 61,47% dei lavoratori (69,98% nelle donne e 52,98% per gli uomini).
I problemi più gravi nel settore del Turismo
Fino a qui i dati riguardanti tutti i settori lavorativi nel campione di chi ha lavorato almeno una settimana nel 2024. L’indagine Filcams però fornisce anche i dati divisi per settore, e quello dove la situazione è più difficile è quello del turismo: qui il lavoro povero incide per il 71,22% a livello nazionale, con una retribuzione media che si ferma a 11.218 euro all’anno. Nel Nordovest il quadro vede un’incidenza del 66,1%. La retribuzione media da noi è di 12.381 euro l’anno.
L’intervento del segretario generale Filcams Cgil
«Il part-time involontario è ormai una condizione strutturale – dichiara Fabrizio Russo, segretario generale della Filcams Cgil – che impone salari bassi e una condizione di precarietà costante». «Siamo davanti a una vera e propria emergenza – continua Russo – quasi una persona su due guadagna meno di 15mila euro l’anno, un dato che rivela scelte organizzative precise, modelli d’impresa tarati sulla compressione del costo del lavoro e un’assenza di presidio contrattuale che dura da troppo tempo. È troppo facile sbandierare numeri e proclami nei contesti pubblici, se poi ai tavoli negoziali si lasciano milioni di lavoratrici e lavoratori senza adeguamenti salariali adeguati al costo della vita. Cgil Cisl e Uil stanno discutendo con le associazioni datoriali per giungere a un modello contrattuale e di rappresentanza che innovi e garantisca la tenuta dei salari. Il rinnovo dei contratti nazionali resta infatti il primo argine contro il lavoro povero: è da lì che ripartiamo nella prossima stagione contrattuale, che nel 2027 ci vedrà al tavolo per tutto il settore del terziario distributivo e dei servizi, con la responsabilità di restituire dignità e riconoscimento alle persone che rappresentiamo. Purtroppo, assistiamo sempre più spesso all’assenza della politica: il Parlamento non discute più di lavoro e salari, la successione di decreti-legge ha ormai azzerato il confronto democratico e sta cercando di condizionare in peggio anche la contrattazione».