Francesca Fattore, originaria di Lavagna (GE), classe 1992, è brand ambassador Freccianera Fratelli Berlucchi. Appassionata di enologia e cultura enogastronomica, contribuisce alla promozione delle eccellenze territoriali con attività di divulgazione e networking. Fa parte del circuito delle Donne del vino, associazione che riunisce figure femminili impegnate nel mondo dell’enologia in diverse professionalità. Il suo lavoro si concentra sulla comunicazione e sulla sensibilizzazione al consumo consapevole, oltre che sul racconto del vino come espressione culturale del territorio. Attraverso esperienze e collaborazioni, sostiene la crescita del settore e la diffusione di una maggiore consapevolezza del patrimonio vitivinicolo italiano. La comunicazione e la narrazione per lei sono fondamentali:
«I social sono un modo dinamico, immediato e trasversale per condividere la cultura del vino e quindi creare domanda: vanno sfruttati al meglio».
Cosa significa essere una donna del vino?
«E’ un’occasione per portare una visione nuova e dinamica in un mondo antico e in evoluzione, che affronta nuove sfide; vuol dire aprire una finestra su quel mondo e metterlo in contatto con nuovi orizzonti».
Come è nata la passione per il vino?
«Prima è nata quella per il cibo e poi quella per il vino, per abbinare i sapori. Mi sono avvicinata al vino tardi, durante gli studi, lavorando per la stagione estiva nei ristoranti: qui è nata la consapevolezza degli assaggi in armonia. Sono sommelier Ais e poi lavorare per Freccianera è stata ed è un’opportunità stimolante, che arricchisce. Sono cresciuta in una famiglia in cui si è sempre cucinato molto, vintage forse, dove la nonna chiede un aiuto per preparare i piatti e ci si ritrova intorno al tavolo anche ad ascoltare racconti. Un clima caldo, un’atmosfera bella. Io ho frequentato il liceo linguistico e poi mi sono laureata in Lingue all’università di Genova, questo mi aiuta nel rapporto con i clienti, nelle relazioni, nell’hospitality. Sono cresciuta con Vermentino e Pigato, poi sono approdata in Franciacorta, scoprendo un territorio e un patrimonio vinicolo straordinario».
E quando ha capito che il vino sarebbe stato la sua strada professionale?
«Anche in questo caso… tardi. Con la laurea in Lingue mi sono concentrata sulla comunicazione, il digital, gli eventi. A Milano ho lavorato nel settore della moda, dell’automazione industriale e solo in ultimo con il vino attraverso una collaborazione con un e-commerce. Il trasferimento a Brescia è stato decisivo».
Di recente ha avuto occasione di ricordare Pia Donato Berlucchi durante un evento: che donna era?
«Una donna straordinaria, di grande cultura ed educazione; aveva classe e garbo d’altri tempi, difficili da trovare oggi. Era un’umanista e ci scambiavamo libri e poesie. Mi ha insegnato che con i giusti modi si può comunicare tutto, ottenendo bellissimi risultati».
Come è cambiato l’interesse nei confronti del vino? E i consumi?
«L’ospite medio che arriva in cantina è preparato, ha una sua idea. Vi è una maggiore conoscenza dei prodotti. Anche i consumi, però, sono cambiati, con qualche criticità. In Italia, per esempio, i giovani consumano meno vino: il tema del rispetto del codice della strada non è un tema da trascurare, ma soprattutto si sono trasformate la società e la gestione della convivialità. In passato la convivialità permetteva di restare a tavola più a lungo, magari proprio bevendo una buona bottiglia in compagnia. Ora si va più in fretta. Non ultimo, in un mondo in cui contano immagine ed estetica, si vede il vino come un nemico della dieta, anche se un bicchiere ogni tanto o una birra con la pizza non fanno stragi sulla bilancia. Il consumo, questo sì, deve essere sempre consapevole e di prodotti di qualità».
Lei quali vini preferisce?
«Adoro le bolle e il Franciacorta è espressione bellissima, per la freschezza, la pulizia che si sente al palato. Mi piace molto il Rosè, una bella soluzione adatta dall’aperitivo fino alla chiusura di serata. In fondo al mio cuore, però, ho il Vermentino che gusto con gioia durante le vacanze e che rappresenta le mie radici».
E’ ancora legata alla Liguria?
«Tanto e credo sia ancora poco valorizzata. La Franciacorta è un territorio ben narrato, un distretto turistico esperienziale; la Liguria ha fatto tanto ma molto resta da sviluppare, anche per andare incontro alle richieste e diversificare l’offerta».
Come si posiziona l’Italia sul mercato internazionale?
«Il passaparola funziona e abbiamo rosicchiato posizioni alla Francia, che resta combattiva. Nell’immaginario non esiste più solo lo Champagne o al massimo il Prosecco… la conoscenza dei vini italiani si allarga».
Qual è il sogno nel cassetto?
«A livello personale vorrei trovarmi sempre in realtà di lavoro sfidanti, che diano occasioni di apprendere, che non mi facciano mai perdere la curiosità di scoprire e imparare. In ambito professionale, il prossimo anno Freccianera festeggia il centenario ed essere testimone e artefice di questo traguardo è già un sogno che si sta realizzando».
Quello del vino è un mondo ancora maschile?
«Fortemente, però i dati sono confortanti: in Italia una cantina su quattro (e in Franciacorta una su tre) è guidata da donne e si stanno facendo grandi passi avanti; le donne ricoprono sempre più ruoli apicali e viene riconosciuta loro una leadership di ascolto, comprensione, accompagnamento; sono straordinarie venditrici, divulgatrici, analiste, risorse umane. Occorre uscire dagli stereotipi per cogliere i traguardi che stiamo raggiungendo. Anche per me, non è stato facile farmi “prendere sul serio” all’inizio, in quanto giovane e donna, ora capita di rado che mi diano la pacca sulla spalla che significa “lascia decidere ai grandi”».
Le rimane tempo libero?
«Poco ma lo sfrutto al meglio, senza lasciare spazio a ozio o noia. Il mio essere ambassador Freccianera mi porta a viaggiare molto e questo mi piace tantissimo; quando posso curo i miei hobby: sono una lettrice accanita, amo le mostre, curo una rubrica di enologia sulle pagine di una rivista, partecipo a degustazioni, pratico sport acquatici: spiaggia e mare sono il mio habitat naturale».
Si riescono a conciliare vita professionale e privata?
«Sì, riesco a dedicare tempo alla mia famiglia d’origine e alle mie amiche anche perché abbiamo interessi comuni: il mare, talvolta la montagna ma senza dislivelli impegnativi, la cultura e ovviamente il buon vino. Ritagliamo ore per la bellezza».
Un consiglio ai giovani?
«Restate umili e curiosi, non abbiate paura di impegnarvi in qualcosa: può sembrare faticoso, i risultati magari non arrivano nell’immediato, ma la formazione è necessaria e gli obiettivi si raggiungono».
Le istituzioni come possono aiutare il settore vinicolo?
«Facilitando la realizzazione di momenti utili alla narrazione aperta e alla portata di tutti. Non solo i consumatori finali ma anche i ristoratori e chi fa mescita è importante che conosca i vini del territorio. Spesso le carte del vino nei ristoranti lombardi hanno intere pagine di Francia, una pagina per ogni regione italiana e magari solo quattro referenze lombarde… Occorre dare supporto alla conoscenza dei vini che significa conoscenza anche dei luoghi».
I piccoli produttori soffrono rispetto ai nomi blasonati?
«Per loro non è facile ma trovano sempre più appassionati alla ricerca della chicca, che quando si innamorano di un vino non lo lasciano più. C’è spazio per tutti».
Vorrebbe produrre il suo vino?
«Sarebbe uno dei mille sogni nel cassetto ma che non ho ancora progettato, magari nel tempo della maturità, insieme a qualche amica…».
A chi offrirebbe un bicchiere di Franciacorta?
«A chi entra in cantina curioso di conoscere. Si merita un bel bicchiere fresco! Non sono molto mondana e non ho preferenze sui “vip”, certo, essere presente alla cena inaugurale del Festival della canzone italiana di Sanremo al Morgana è stato un momento importante di visibilità».
Il messaggio per il futuro?
«Anche se il periodo non è dei più rosei, per tutte le condizioni geopolitiche che conosciamo, non bisogna mai dimenticare di ricercare l’eccellenza nel vino (come in qualunque altro settore). L’Italia non è seconda ad alcuno e occorre esserne consapevoli. Non dobbiamo arrenderci: il mio è un messaggio di speranza».