di Stefano Ribaldi*
La memoria per Emanuele Trevi non è mai un semplice archivio di ricordi. E’ un luogo vivo, in cui persone realmente esistite, figure familiari e personaggi quasi leggendari continuano a dialogare con il presente. Accade anche nel suo nuovo libro, «Mia nonna e il Conte», dove lo scrittore romano torna a esplorare quel confine sottile tra autobiografia, invenzione narrativa e riflessione sul tempo che da anni costituisce il tratto più riconoscibile della sua scrittura.
Dopo opere come «Qualcosa di scritto», dedicate alla figura di Pier Paolo Pasolini, «Due vite», Premio Strega 2021, e «La casa del mago» intenso ritratto del padre Mario Trevi, uno dei più importanti psicanalisti e pionieri della psicologia junghiana in Italia, lo scrittore sceglie ancora una volta la strada della memoria personale. Il ricordo, però, non assume mai la forma della nostalgia. Al contrario, diventa uno strumento per interrogare il presente, ricostruendo un universo di relazioni, emozioni e misteri che continua a parlare al lettore contemporaneo.
La protagonista del racconto è la nonna dell’autore, figura centrale attorno alla quale si sviluppa una vicenda che intreccia storia familiare e immaginazione. Il Conte del titolo introduce una presenza quasi romanzesca, capace di trasformare un ricordo privato in una narrazione universale.
Le pagine scorrono con naturalezza, ma sotto l’apparente semplicità affiorano continue riflessioni sul destino, sulla trasmissione della memoria e sul modo in cui ogni famiglia costruisce, spesso inconsapevolmente, il proprio mito. La letteratura diventa così il luogo in cui la realtà si lascia trasformare dal sogno senza perdere la propria autenticità.
Trevi oramai è un uomo maturo ma con aggraziata leggerezza ricordando le caldi estati di bambino passate con sua nonna svela in una riflessione la sua intima e appassionata personalità: «Possiamo accontentarci di ritenere che i giorni e gli anni per il solo fatto di essere passati, non esistono più?».
Chiudo gli occhi e ho sette anni, è il primo pomeriggio di un giorno di luglio, il frinito delle cicale vibra e risuona nell’aria immobile tanto da equivalere a un silenzio assoluto, mi cerco un posto buono per leggere le storie di Christopher e Winnie Pooh e tutto è futuro per me, indistinto e gravido futuro; riapro gli occhi ed eccomi qui che scrivo curvo sulla tastiera, le mie carte le ho quasi giocate, come è possibile che tutto si sia dileguato così in fretta?
Per quanto mi riguarda, io credo ancora nella favola di Winnie Pooh, e nel corso degli anni ne ho fatto il mio unico vangelo, la mia speranza: «Così s’incamminarono.
Ma dovunque vadano, e qualunque cosa gli succeda per strada, in quel punto incantato in cima alla foresta, un bambino e il suo Orso staranno sempre giocando».
*autore e produttore tv