«Quando Edoardo è arrivato in comunità aveva 7 anni. Non parlava quasi. Non perché non sapesse farlo, ma perché aveva imparato che parlare non serviva – racconta Paola Gobbi, pedagogista e psicologa dell’associazione CAF (nella foto) – Era cresciuto in una casa dove gli adulti urlavano molto; dove la violenza non era sempre diretta su di lui, ma era costante. Aveva assistito a litigi, aggressioni, porte sbattute, pianti. E quando un bambino vive nella paura, il suo cervello non pensa a imparare o a giocare: pensa a sopravvivere. Edoardo era sempre in allerta. Dormiva vestito. Si nascondeva sotto il tavolo quando sentiva un rumore forte; se un adulto alzava un po’ la voce, lui si irrigidiva. Non si fidava di nessuno».
E questo è un punto importante: «Quando i bambini arrivano da noi, arrivano difendendosi da tutto – continua la professionista – In comunità Edoardo ha trovato educatori rassicuranti, una quotidianità organizzata, orari, routine. Ma soprattutto ha trovato adulti prevedibili. Può sembrare una cosa semplice. Non lo è. Per un bambino che ha vissuto abuso, maltrattamento, trascuratezza, la prevedibilità è cura. Sapere che la cena è sempre alla stessa ora. Sapere che l’educatore mantiene che dice. Sapere che se si arrabbia non viene colpito, né punito. All’inizio Edoardo reagiva con rabbia: lanciava oggetti; diceva: “Tanto mi mandate via anche voi.” Perché quando un bambino è stato ferito, mette alla prova, vuole vedere se anche tu ti stanchi. E qui entra in gioco il lavoro dell’équipe. In comunità non lavorano solo educatori. Ci sono psicoterapeute che aiutano i bambini a dare un senso a quello che hanno vissuto. Perché un bambino non pensa: “Il mio papà ha una storia traumatica non elaborata.” Un bambino pensa: “Se mi succede questo, è colpa mia.” Con Edoardo il lavoro è stato lungo. Attraverso il gioco, il disegno, la relazione, ha iniziato a raccontare, ha iniziato a mettere parole dove prima c’era solo paura».
Dopo circa un anno è successa una cosa piccola ma enorme: una sera, durante un temporale, Edoardo non si è nascosto, è venuto a sedersi accanto all’educatore e ha detto: “Ho paura. Ma resto qui.” In quella frase c’era tutto. La paura non era sparita. Ma non era più da affrontare da solo.
L’incontro con la famiglia affidataria
Nel frattempo, insieme ai servizi, si è iniziato a valutare per lui un progetto di affido.
«L’affido non è una “sostituzione”. Non è cancellare la famiglia d’origine – spiega Gobbi – offrire a un bambino un contesto familiare sufficientemente stabile mentre si lavora, quando possibile, anche con i genitori biologici. E qui c’è un altro punto importante: molti genitori dei nostri bambini sono a loro volta persone che hanno vissuto traumi profondi. Non sono “mostri”, ma sono adulti che non hanno ricevuto cura e non hanno saputo offrirla. Per Edoardo è stata individuata una coppia affidataria preparata, seguita, accompagnata dal nostro servizio Affidi. L’incontro è stato graduale: prima brevi pomeriggi, poi weekend. Sempre con il nostro sostegno. All’inizio Edoardo era rigido anche lì, controllava tutto, chiedeva: “Quando torno in comunità?”. Perché la comunità, nel frattempo, era diventata il suo posto sicuro. E questo per noi è sempre un momento delicato: quando un bambino si affeziona, allora può permettersi di andare oltre» conclude la pedagogista e psicologa.
Dopo due anni dall’ingresso, Edoardo vive stabilmente nella sua famiglia affidataria.
«Non è una favola, fa ancora fatica in alcune situazioni. Come tutti i ragazzini, sta affrontando le sfide della crescita. I temporali non gli piacciono. Ha bisogno di adulti pazienti ma va a scuola con continuità e invita gli amici a casa. Ha iniziato a giocare a calcio e soprattutto, ha smesso di dire “Tanto mi mandate via”. Ha imparato che le relazioni possono durare» .
Perché raccontare questa storia? «Perché il nostro lavoro, il lavoro dell’associazione CAF, non è solo occuparsi di un bambino che è stato allontanato da una situazione grave, ma è soprattutto ricostruire, pezzo per pezzo, la sua possibilità di fidarsi degli altri, in primis degli adulti – risponde Paola Gobbi – In comunità lavoriamo su: sicurezza, stabilità, rielaborazione del trauma, competenze emotive e accompagnamento verso un progetto di vita L’affido, quando possibile, è uno degli esiti più preziosi di questo percorso. Ma senza il tempo in comunità, senza il lavoro silenzioso quotidiano degli educatori e delle psicoterapeute, molti bambini non sarebbero pronti ad entrare in una nuova famiglia. La comunità non è un punto di arrivo, è un ponte e i ponti, per reggere, hanno bisogno di molte mani».