«All’inizio non si fidano di nessuno. E spesso non si fidano nemmeno di sé stessi».
Chi lavora nelle comunità educative lo ripete con una naturalezza che non attenua la gravità di ciò che racconta. Perché prima ancora dei progetti, delle diagnosi e degli interventi, ci sono bambini che arrivano con addosso una forma di diffidenza radicale: verso gli adulti, verso le regole, verso l’idea stessa di futuro. Molti hanno attraversato anni in cui la casa non è stata un rifugio ma un luogo di paura. Altri hanno conosciuto soprattutto l’assenza, la trascuratezza, il silenzio. Quando entrano in comunità, su disposizione del Tribunale per i Minorenni, non cercano soltanto protezione. Cercano una cosa più difficile da restituire: la possibilità di credere che un adulto possa restare. E’ dentro questo spazio fragile che opera da oltre 45 anni l’associazione CAF, realtà nata nel 1979 a Milano e oggi articolata in un sistema di comunità, servizi educativi e percorsi di sostegno alle famiglie e ai giovani adulti.
Il trauma non finisce con l’allontanamento
L’idea che il peggio sia alle spalle quando un bambino esce da una situazione di violenza è un’illusione: per molti, quello è il momento in cui il trauma diventa finalmente visibile». I bambini accolti nelle comunità portano storie diverse ma effetti simili: difficoltà relazionali, ipervigilanza, esplosioni di rabbia, chiusure improvvise. Non si tratta, spiegano gli operatori, di “comportamenti da correggere”, ma di linguaggi di sopravvivenza. Il lavoro educativo si costruisce allora come una lenta ricostruzione: routine quotidiane stabili, relazioni costanti, scuola, attività sportive, piccoli incarichi di responsabilità. «Non si tratta di farli “funzionare meglio” – dice un educatore – ma di aiutarli a non sentirsi sbagliati».
Dentro le comunità: non solo accoglienza
Le comunità educative del CAF non sono luoghi di transito rapido. Sono strutture dove la quotidianità diventa strumento terapeutico e pedagogico. Accanto alle comunità per i bambini più piccoli, negli anni sono nate le sezioni per adolescenti, il Teen Lab e il progetto Teen House, pensato per i ragazzi tra i 18 e i 21 anni che devono affrontare il passaggio più delicato: l’autonomia. «A diciotto anni non sei pronto a vivere da solo solo perché lo dice la legge – osserva un coordinatore – Per molti dei nostri ragazzi, è il momento più fragile di tutti». Per questo gli appartamenti di autonomia non sono semplici alloggi, ma spazi educativi: gestione del denaro, del lavoro, della casa, delle relazioni. Un accompagnamento che non si interrompe con la maggiore età, ma si trasforma.
Famiglie, anche d’origine
Un capitolo, forse meno visibile, riguarda il lavoro con le famiglie d’origine. Quando possibile, il percorso educativo non si limita al bambino ma coinvolge i genitori. «Non lavoriamo sulla colpa – spiega una psicologa – Lavoriamo sulla possibilità di capire cosa è accaduto e se è possibile cambiare». In alcuni casi il rientro è possibile. In altri no. Ed è lì che interviene il servizio di affido, con la selezione e la formazione delle famiglie affidatarie. «Accogliere un bambino traumatizzato non è un gesto spontaneo – dice una responsabile. – E’ un impegno che richiede supporto continuo».
Il costo della cura
Negli ultimi anni il Terzo settore è chiamato a misurare l’impatto del proprio lavoro. Anche il CAF utilizza strumenti come lo SROI (Social Return on Investment), che quantifica il valore sociale generato dagli interventi. L’idea è semplice: ogni euro investito oggi in accoglienza e cura riduce costi futuri in ambito sanitario, sociale e giudiziario. Ma soprattutto modifica traiettorie di vita. «Non è solo una questione economica – sottolinea la direzione – E’ la possibilità di interrompere una catena».
Le difficoltà
Il sistema però è sotto pressione. Le rette pubbliche non coprono integralmente i costi dell’accoglienza. Il personale è altamente qualificato, il lavoro intensivo, la formazione continua. Il bilancio 2024 si chiude ancora in disavanzo, nonostante una raccolta fondi strutturata e un contenimento delle spese. Accanto alle difficoltà, arrivano però anche segnali di stabilizzazione: la disponibilità di nuovi spazi per gli adolescenti e l’adeguamento delle rette da parte del Comune di Milano, atteso da anni.
Una questione che riguarda tutti
«Non cambiamo il mondo con grandi gesti – dice un educatore – Lo cambiamo quando un bambino riesce a fare una cosa che prima gli sembrava impossibile: fidarsi di qualcuno». E’ forse questa la sintesi più netta del lavoro nelle comunità educative: la trasformazione avviene nel quotidiano, nei gesti ripetuti, nelle presenze costanti. In un tempo in cui le fragilità familiari aumentano e il disagio minorile assume forme sempre più complesse, la sfida non riguarda solo chi lavora nei servizi. Riguarda l’idea stessa di società. Perché ogni bambino che riesce a immaginare un futuro diverso non racconta solo una storia individuale. Racconta la possibilità, concreta, che la cura, quando è stabile, competente e condivisa, possa davvero interrompere il ciclo della violenza.
I numeri
L’Associazione CAF è un Ente del Terzo Settore, fondato a Milano nel 1979, che accoglie e cura nelle proprie strutture residenziali e semi residenziali, bambini e ragazzi di età compresa fra i 3 e i 21 anni, allontanati dalla propria famiglia d’origine su provvedimento del Tribunale per i Minorenni perchè vittime di abusi e gravi maltrattamenti o perché provenienti da contesti familiari non in grado di garantire un supporto educativo e relazionale adeguato a soddisfare i loro bisogni di crescita. Gestisce sul territorio 3 comunità residenziali per bambini tra 3 e 12 anni, 2 comunità residenziali per ragazzi tra i 12 e 18 anni; 1 centro educativo diurno per adolescenti, 2 alloggi per l’autonomia dei neo maggiorenni in prosieguo amministrativo fino ai 21 anni e un Servizio Affido che seleziona, forma e segue nel day by day gli adulti che si rendono disponibili ad accoglie minori in affido. In oltre 45 anni di attività ha accolto presso le sue strutture e curato in maniera specifica e professionale oltre 1000 minori offrendo un aiuto qualificato anche alle loro famiglie in crisi.