Violenza online, adescamento e cyberbullismo: ne parliamo con l’avvocato Riccardo Lanzo, managin partner di Lanzo&Partners, professore a contratto di Diritto del digital & influencer marketing all’European School of Economics.
Quando si parla di violenza online a cosa ci si riferisce esattamente?
«La violenza online non è un fenomeno unico, ma un insieme di condotte diverse: insulti, minacce, persecuzioni digitali, diffusione non autorizzata di immagini, furto di identità, accessi abusivi agli account, ricatti, adescamento, cyberbullismo e, nei casi più gravi, circolazione di materiale pedopornografico. L’errore più comune è pensare che ciò che accade online sia “meno reale”. In realtà, per la vittima l’impatto può essere devastante. Si pensi alla reputazione che può essere compromessa e a tutto ciò che ne deriva come isolamento, ansia, perdita di fiducia. Tali conseguenze per i minori hanno impatti ancor più profondi sul piano psicologico e relazionale».
Perché i social sono diventati un luogo così delicato per i minori?
«Perché sono spazi di relazione, gioco, identità e appartenenza. Un ragazzo oggi non usa i social solo per comunicare, ma anche per costruire la propria identità, l’immagine, quindi per sentirsi accettato e parte di un gruppo. Questo rende i minori particolarmente esposti. L’adulto malintenzionato, il bullo o chi vuole manipolare una persona fragile può sfruttare proprio il bisogno di attenzione, riconoscimento e fiducia. Il problema non è “il social” in sé, ma l’assenza di consapevolezza, controllo e strumenti educativi adeguati».
Che cos’è l’adescamento online?
«L’adescamento online, spesso definito grooming, è un percorso progressivo attraverso il quale un adulto tenta di conquistare, carpire o manipolare la fiducia di un minore per finalità sessuali o comunque illecite. L’ordinamento penale punisce l’adescamento di minorenni quando la condotta è finalizzata alla commissione di gravi reati contro la persona e contro la libertà sessuale. L’art. 609-undecies c.p. prevede espressamente che l’adescamento possa avvenire anche mediante l’utilizzo della rete internet o di altri mezzi di comunicazione. Non sempre, però, il contatto inizia con richieste esplicite o immediatamente riconoscibili come pericolose. Al contrario, spesso prende avvio con messaggi apparentemente innocui: complimenti, confidenze, attenzioni insistenti, piccoli regali o richieste di mantenere segreta la relazione. Proprio per questo il rischio nasce molto prima di un eventuale incontro fisico».
Cyberbullismo e bullismo tradizionale: quali sono le differenze?
«Il cyberbullismo ha caratteristiche proprie ancor più insidiose del cosiddetto “bullismo tradizionale” poiché quello digitale può proseguire ventiquattro ore su ventiquattro. Un contenuto offensivo può essere condiviso, salvato, rilanciato, commentato da centinaia o migliaia di persone. La vittima non riesce più a sottrarsi. Inoltre, l’autore spesso percepisce una distanza emotiva: scrivere una frase crudele dietro uno schermo sembra meno grave che dirla guardando la persona negli occhi. Ma gli effetti, come sappiamo, possono essere persino più invasivi».
La legge offre strumenti efficaci?
«Sì, ma non basta conoscere le norme: bisogna applicarle tempestivamente. La legge n. 71/2017 ha introdotto strumenti specifici contro il cyberbullismo, tra cui la possibilità per il minore ultraquattordicenne, o per chi esercita la responsabilità genitoriale, di chiedere la rimozione, l’oscuramento o il blocco dei contenuti lesivi. La legge n. 70/2024 ha rafforzato l’impianto di prevenzione e contrasto, estendendo l’attenzione anche al bullismo. Accanto a questi strumenti vi sono poi le norme penali che puniscono la diffamazione (online), le minacce, gli atti persecutori, fino ai reati più gravi contro i minori».
Cosa fare se circola materiale intimo o pedopornografico che riguarda un minore?
«Bisogna agire immediatamente, evitando qualunque ulteriore circolazione del contenuto. Non si deve inoltrare il materiale, nemmeno per “farlo vedere” o chiedere aiuto, perché la diffusione, la divulgazione, la cessione o anche la messa a disposizione di materiale pedopornografico integra condotte penalmente rilevanti ai sensi dell’art. 600-ter c.p. Occorre, invece, conservare le prove in modo corretto (link, screenshot, username, orari, Uul e ogni dato utile all’identificazione dell’autore o dei canali di diffusione) e rivolgersi subito alla Polizia Postale o all’autorità giudiziaria. Anche chi riceve quel materiale deve essere consapevole che non si tratta di una semplice “chat sbagliata”, ma di un fatto potenzialmente gravissimo. La priorità è interrompere la circolazione, tutelare il minore coinvolto e impedire ulteriori condivisioni o forme di vittimizzazione secondaria».
Qual è il ruolo delle piattaforme digitali nel contrasto a questi fenomeni?
«Le piattaforme hanno un ruolo centrale, perché sono l’ambiente in cui molte condotte illecite nascono e si diffondono. I principali social network hanno introdotto strumenti di segnalazione, moderazione automatizzata, filtri, limitazioni ai contatti da sconosciuti e policy specifiche per la tutela dei minori. Tuttavia, questi meccanismi sono spesso insufficienti: molte condotte si sviluppano in chat private, con linguaggi ambigui o attraverso forme progressive di manipolazione difficili da intercettare. Per questo servono procedure più rapide, maggiore trasparenza e una collaborazione effettiva tra piattaforme, autorità, scuole e famiglie».
Quali sono, in concreto, le strategie di prevenzione digitale più efficaci?
«Ne indicherei cinque. Primo: dialogo continuo tra adulti e minori, senza approccio solo repressivo. Secondo: impostazioni privacy adeguate e controllo periodico dei profili. Terzo: educazione alla prova digitale, cioè sapere cosa conservare e cosa non cancellare in caso di aggressione online. Quarto: segnalazione tempestiva alle piattaforme e, quando necessario, alla Polizia Postale. Quinto: responsabilizzazione del gruppo. Molti episodi diventano gravi perché gli spettatori digitali li alimentano. La vera prevenzione passa anche da chi decide di non condividere, non commentare e non trasformare la sofferenza di un minore in intrattenimento».
In conclusione, qual è il messaggio principale?
«La rete non è una zona franca. Quello che accade online produce conseguenze giuridiche, psicologiche e sociali molto concrete. La sfida non è togliere internet ai ragazzi, ma accompagnarli dentro internet. Servono regole, ascolto, competenze e interventi rapidi. Il diritto può reprimere e tutelare, ma la prevenzione nasce prima: nelle famiglie, nelle scuole, nelle piattaforme e nella consapevolezza di ciascun utente».