In questi anni il sistema agroalimentare sta vivendo decisamente un periodo complesso, tra cambiamento climatico e crisi finanziarie ed economiche è certamente uno dei settori nei quali si sta assistendo da più tempo a un cambiamento radicale di rotta. Prova ne è la grandissima quantità di startup e piccole e medie imprese che sono nate nel settore, protagoniste di un cambiamento all’insegna della trasformazione digitale e dell’economia circolare. E’ il quadro tracciato dall’indagine “NextGen Food – il futuro del cibo, il cibo del futuro”, realizzata dall’hub di innovazione Cariplo Factory.
L’indagine ha coinvolto ben 118 startup e pmi innovative nel settore della filiera agroalimentare, dall’agritech agli alimenti alternativi. Il primo dato che salta all’occhio è che la maggioranza delle realtà che hanno testimoniato la propria condizione nella ricerca dell’hub affonda le sue radici nel Nordovest. Delle 118 attività coinvolte. Più nel dettaglio, in totale Lombardia, Piemonte e Liguria sono rappresentate dal 41% del totale delle testimonianze, con una nettissima preponderanza della quota lombarda (32%), sopra quella piemontese (8%) e quella ligure (1%).
Il problema dei finanziamenti
La base per costruire il cibo del futuro c’è: ci sono le idee, le persone e le potenzialità, oltre alle strutture e all’organizzazione. Tuttavia mancano i fondi: quasi il 70% delle realtà intervistate nell’indagine lamentano una scarsa disponibilità di finanziamenti. Di più: la fase della raccolta di capitali interessa ben l’80% del totale delle imprese che hanno lasciato la loro testimonianza. Tante sono le realtà che si dichiarano in cerca di un investimento nell’immediato futuro. Un terzo sta preparando una richiesta da oltre 1 milione di euro, mentre la metà delle realtà che hanno partecipato all’indagine ha dichiarato di aspettare contributi tra 100mila e 1 milione di euro. Ad avere come obiettivo una raccolta che non supera i 100mila euro sono solo il 3% del totale.
I settori di attività con gli investimenti maggiori
Le imprese sono complementari, e attraversano con il loro lavoro più settori diversi. E questa trasversalità è un bene, perché settori diversi interessano investitori diversi. Per ora le attività che hanno ricevuto più sostegni sono quelle dell’agritech e innovative farming, oltre a quelle che operano nei servizi e nelle consulenze, che hanno avuto più aiuti dagli acceleratori e incubatori o finanziatori pubblici. Di contro, i settori foodtech e trasformazione hanno ricevuto i maggiori aiuti dai cosiddetti «business angels», ossia imprenditori o privati cittadini che, credendo nella bontà dell’attività di impresa, scelgono di sostenerla finanziandola di tasca propria, magari dopo le risposte negative di una banca o di una realtà pubblica.
Le altre difficoltà che frenano il settore
Dopo la scarsità dei finanziamenti, le 118 imprese specializzate nell’innovazione lamentano una eccessiva complessità normativa e una difficoltà di accesso alla distribuzione (40%), una certa diffidenza da parte dei consumatori per il settore dell’innovazione alimentare (27%), oltre alla difficoltà di reperire personale qualificato (20%).
Un valore incredibile per un comparto in profonda trasformazione
L’intero comparto, secondo l’ultimo rapporto sull’agroalimentare italiano nel 2025 realizzato da Ismea, ha raggiunto 81,9 miliardi di euro, un valore pari al 4,2% del Pil nazionale. Con distribuzione e ristorazione raddoppia fino all’8%, arrivando a quota 15% se si tiene conto di logistica, trasporti e intermediazioni. Il valore aggiunto, calcolato da The European House Ambrosetti, dell’intero sistema agroalimentare arriva a quota 400 miliardi di euro. E’ su questo quadro che incide la ripresa degli investimenti sull’innovazione, dopo un biennio negativo i capitali nel foodtech italiano hanno raggiunto quota 250 milioni di euro, con una crescita che si attesta a 123% anno su anno, secondo l’Osservatorio Investimenti Foodtech.