Il rapporto Caritas, secondo David Benassi, professore ordinario di Sociologia dei processi economici e del lavoro all’Università degli Studi Milano-Bicocca, fotografa fedelmente la realtà italiana, anche se
«non pare certo una novità affermare che la povertà non sia più emergenza ma fenomeno strutturale. Purtroppo lo è da anni. Forse sorprendente è il peggioramento del Nordovest, un dato che evidenzia come le politiche pubbliche non siano in grado di soddisfare i bisogni; si tratta di un fenomeno preoccupante e da tenere sotto controllo – afferma il professore – che può essere ricondotto all’aggravarsi della povertà nelle città più grandi come Milano e Torino, nelle quali avviene una polarizzazione sempre più netta. Ci sono sempre più fasce di popolazione – in particolare immigrati – che sono costrette a rimanere in questi centri per sfruttare le poche opportunità di lavoro ma nello stesso tempo debbono sopportarne i costi di vita proibitivi. Un tempo avere un lavoro rendeva incompatibile l’essere povero: ora non è più così. Il modello economico italiano produce lavoro a bassissima retribuzione: quando ordino qualcosa al delivery sto usufruendo di una prestazione lavorativa che viene pagata pochissimo, quando pranzo con 10 euro in trattoria significa che qualcuno sta guadagnando pochissimo. E molte persone sono costrette ad accettare perché non hanno alternative».
Per questo aumentano le quote degli assistiti Caritas che hanno un impiego e che sono responsabili economicamente per un nucleo familiare: ciò che percepiscono a fine mese non basta a sostenere il costo della vita.
Accanto all’aspetto lavorativo, si aggiungono gli snodi biografici quali possibili innesti di dinamiche di impoverimento: si pensi alle separazioni ma anche all’aumentare dei single.
«Figure deboli sul mercato del lavoro per varie ragioni – precisa Benassi – o perché straniere o perché con basso livello culturale o perché vivono in città, come Milano, in cui le abitazioni hanno un costo proibitivo e se non si ha alle spalle una famiglia che possa garantire un sostegno per accedere a un mutuo, o per curare i bambini o anche solo per utilizzare la casa delle vacanze, diventa difficile. Questi meccanismi di solidarietà intergenerazionali diventano fondamentali».
Anche il focus sugli anziani merita attenzione: se sono la fascia meno colpita dal punto di vista economico, patiscono un maggiore isolamento sociale e il loro rischio povertà interroga il futuro:
«Gli under 45-50 hanno carriere discontinue e potrebbero in futuro rappresentare un problema di povertà della terza età – spiega il sociologo – anche perché il sistema pensionistico italiano è in manutenzione costante ed è andato verso condizioni peggiorative. Non sarà strano, dunque, che chi non ha potuto accumulare un risparmio previdenziale, avrà pensioni da 600-700 euro al mese, certo non sufficienti a mantenersi».
Le soluzioni a questi scenari sono già sul tavolo da tempo, secondo il docente, e considerano più aspetti.
«Nelle città con maggiore pressione turistica il problema della casa è tragico e bisognerebbe intervenire sul mercato immobiliare per salvaguardare il diritto a soddisfare un bisogno fondamentale, come è stato fatto a Barcellona, Parigi, Berlino… Poi penso alla disuguaglianza salariale: andrebbe ripreso il dibattito sul minimo salariale, facendo attenzione agli equilibri del mercato del lavoro. Come studioso della povertà, poi, reputo che l’eliminazione del reddito di cittadinanza sia stata una scelta nefasta: è stata tolta la rete che garantiva un minimo di protezione a migliaia di famiglie. Siamo l’unico Paese Europeo a non averla».