La sostenibilità resta un pilastro strategico per il sistema produttivo lombardo, ma nel 2026 emerge una fase di maggiore selettività negli investimenti, guidato soprattutto dalla necessità di un risparmio energetico a fronte degli aumenti importanti su questo fronte. E’ quanto evidenzia il nuovo rapporto di Unioncamere Lombardia dedicato alla sostenibilità ambientale e sociale nelle imprese regionali, che fotografa un contesto caratterizzato da costi elevati, incertezza normativa e crescente attenzione alla redditività delle iniziative ESG. Più che un arretramento, si tratta di una fase di consolidamento. Le aziende continuano a riconoscere l’importanza della sostenibilità, ma privilegiano gli interventi in grado di produrre benefici economici tangibili e misurabili. La revisione del quadro europeo sulla rendicontazione e le iniziative di semplificazione normativa contribuiscono inoltre a spostare l’attenzione dalla quantità degli adempimenti all’efficacia delle azioni intraprese.
Secondo l’indagine, il 79,5% delle imprese industriali lombarde considera la sostenibilità importante per il proprio business, in lieve calo rispetto all’anno precedente. La flessione appare più marcata nell’artigianato manifatturiero, dove la quota scende al 62,4%, mentre servizi e commercio mantengono livelli sostanzialmente stabili attorno al 70%. Il principale fattore discriminante continua a essere la dimensione aziendale. Nelle imprese medio-grandi l’attenzione alla sostenibilità supera il 90%, mentre tra le micro e piccole imprese di alcuni comparti le percentuali scendono sotto il 60%. Il dato conferma come la transizione sostenibile richieda risorse finanziarie, competenze e capacità organizzative che non tutte le realtà produttive riescono ancora a sostenere.
Sul fronte ambientale emerge una chiara priorità economica: il contenimento dei costi energetici. Nell’industria il 72% delle imprese ha adottato o programmato misure per ridurre l’impatto ambientale. Tra gli interventi più diffusi figurano la raccolta differenziata, il monitoraggio dei consumi energetici e l’impiego di fonti rinnovabili. Anche nell’artigianato e nei servizi cresce l’interesse per l’autoproduzione energetica e per le fonti rinnovabili. La quota di energia autoprodotta raggiunge il 17,8% nell’industria e il 13,9% nell’artigianato, segnando un progresso significativo. La sostenibilità ambientale appare quindi sempre più integrata a una ricerca di vantaggi competitivi attraverso riduzione dei costi e maggiore autonomia energetica.
Incentivi ancora poco utilizzati
Uno degli elementi più rilevanti emersi dall’indagine riguarda il limitato ricorso agli incentivi pubblici per gli investimenti sostenibili. Solo il 21,9% delle imprese industriali dichiara di aver utilizzato sostegni o fondi dedicati, percentuale che scende al 10,6% nell’artigianato e al 10,8% nei servizi. Tra le microimprese i valori risultano ancora più contenuti. Il dato suggerisce che una parte significativa del tessuto produttivo regionale incontra ancora difficoltà nell’accesso agli strumenti di finanziamento disponibili oppure non considera sufficientemente conveniente il rapporto tra benefici e complessità burocratiche.
Sostenibilità sociale
Anche sul versante sociale il quadro è caratterizzato da una sostanziale stabilità. Le imprese industriali che hanno adottato misure per migliorare il proprio impatto sociale sono il 56%, mentre servizi e commercio si attestano al 44% e al 43%. Tra le iniziative più diffuse figurano la formazione continua, il welfare aziendale, i rapporti con il territorio e i progetti di alternanza scuola-lavoro.
ESG: divario tra grandi e piccoli
L’utilizzo di standard per la valutazione della sostenibilità rimane concentrato nelle imprese industriali, dove il 70% dichiara di adottare sistemi di misurazione e certificazione. Questo elemento evidenzia uno dei principali nodi della transizione sostenibile italiana: il rischio che la crescente complessità delle metriche ESG favorisca le imprese più strutturate, ampliando il divario competitivo con le realtà di minori dimensioni.