L'inchiesta sulle energie rinnovabili

Piemonte: i progetti promossi e quelli bocciati

I tre casi raccontano le diverse facce della transizione energetica piemontese.

Piemonte: i progetti promossi e quelli bocciati

Se c’è una regione che racconta in modo emblematico le contraddizioni della transizione energetica italiana, questa è il Piemonte. Nel rapporto «Scacco matto alle rinnovabili 2026», Legambiente individua infatti tre casi che mostrano come lo sviluppo delle energie pulite possa trasformarsi tanto in un terreno di scontro quanto in un’opportunità di dialogo tra istituzioni, imprese e comunità locali. Due vicende vengono indicate come esempi di ostacoli e opposizioni che rallentano la diffusione delle rinnovabili; una terza rappresenta invece una buona pratica di mediazione e pianificazione territoriale.

Valle Grana, il caso del parco eolico bloccato

Tra i casi negativi figura quello della Valle Grana, nel Cuneese, dove il progetto di un impianto eolico è stato oggetto di forti contestazioni territoriali. Al centro del dibattito vi sono le preoccupazioni legate all’impatto paesaggistico delle pale eoliche in un’area alpina di elevato pregio naturalistico e turistico. Secondo Legambiente, il caso rappresenta uno dei numerosi esempi italiani in cui il confronto sulle rinnovabili si è trasformato in un lungo percorso amministrativo e giudiziario, con il rischio di rallentare investimenti strategici per la produzione di energia pulita. Le opposizioni locali hanno coinvolto amministrazioni comunali, associazioni e comitati, alimentando un conflitto che si inserisce in una dinamica ormai diffusa in molte aree del Paese: la contrapposizione tra tutela del paesaggio e necessità di accelerare la transizione energetica.

Monferrato, l’agrivoltaico divide il territorio

L’altro caso piemontese inserito da Legambiente tra le storie di blocco riguarda il Monferrato, in particolare l’area compresa tra Altavilla Monferrato e Viarigi. Qui il progetto di un impianto agrivoltaico da circa 990 kW, previsto su oltre 22 mila metri quadrati di terreni agricoli, ha incontrato la netta opposizione di amministrazioni locali, residenti e comitati. Le contestazioni si concentrano soprattutto sul possibile impatto paesaggistico in un territorio riconosciuto a livello internazionale per il suo valore storico, agricolo e culturale. Per i contrari, l’installazione dei pannelli rischia di compromettere il paesaggio collinare del Monferrato. Per i sostenitori del progetto, invece, l’agrivoltaico rappresenta una soluzione capace di integrare produzione agricola ed energetica senza consumare nuovo suolo. La vicenda è diventata uno dei simboli del dibattito nazionale sulle rinnovabili in aree agricole di pregio.

Alfiano Natta, quando il dialogo porta al sì

Di segno opposto è il caso di Alfiano Natta, sempre nel Monferrato, che Legambiente cita come esempio virtuoso di gestione del conflitto. Anche qui il progetto riguarda un impianto agrivoltaico e inizialmente aveva incontrato resistenze e contestazioni. Tuttavia, attraverso un lungo percorso di confronto tra sviluppatori, enti locali, tecnici e istituzioni, il progetto è stato progressivamente modificato e migliorato. Le prescrizioni introdotte hanno riguardato l’inserimento paesaggistico, le misure di mitigazione ambientale e la compatibilità con le attività agricole. Il risultato è stato il rilascio delle autorizzazioni e la realizzazione di un intervento considerato da Legambiente una dimostrazione concreta di come sia possibile conciliare produzione energetica, tutela del paesaggio e agricoltura. Per l’associazione ambientalista, Alfiano Natta rappresenta la prova che il problema non è la presenza delle rinnovabili in sé, ma la qualità della progettazione e la capacità di costruire un confronto trasparente con i territori. Quando questo avviene, anche aree particolarmente sensibili dal punto di vista paesaggistico possono ospitare impianti energetici senza compromettere le proprie caratteristiche identitarie.

Il Piemonte laboratorio della transizione

I tre casi raccontano le diverse facce della transizione energetica piemontese. Da un lato la Valle Grana e il Monferrato evidenziano quanto opposizioni locali, vincoli paesaggistici e complessità autorizzative possano rallentare nuovi investimenti. Dall’altro, l’esperienza di Alfiano Natta mostra che percorsi partecipati e progetti ben integrati nel territorio possono trasformare un potenziale conflitto in un’opportunità di sviluppo.

Via libera al nuovo parco solare ad Alessandria

Via libera al nuovo parco solare da 100 ettari destinato a sorgere in provincia di Alessandria, uno dei più grandi interventi nel settore delle energie rinnovabili mai autorizzati sul territorio piemontese. L’impianto sarà realizzato su un’area agricola pianeggiante e prevede l’installazione di decine di migliaia di moduli fotovoltaici ad alta efficienza. La potenza complessiva stimata dovrebbe attestarsi intorno ai 70-80 megawatt, una capacità in grado di coprire il fabbisogno elettrico annuale di oltre 30mila famiglie e di evitare l’emissione in atmosfera di migliaia di tonnellate di anidride carbonica ogni anno. L’investimento complessivo supera i 60 milioni di euro e coinvolgerà imprese specializzate nella progettazione, costruzione e gestione degli impianti fotovoltaici. Per ottenere le autorizzazioni sono state previste opere di mitigazione paesaggistica e ambientale. Il piano include fasce alberate perimetrali, corridoi ecologici e interventi destinati a favorire la biodiversità locale. Parte delle superfici circostanti sarà inoltre interessata da programmi di rinaturalizzazione e monitoraggio ambientale. I progettisti sottolineano che il parco solare consentirà una produzione energetica completamente rinnovabile, contribuendo agli obiettivi europei di decarbonizzazione e riducendo la dipendenza dai combustibili fossili. Non mancano tuttavia le critiche: associazioni agricole e alcuni amministratori locali hanno espresso preoccupazione per la sottrazione di terreno destinato alle coltivazioni. Negli ultimi anni la provincia di Alessandria è diventata uno dei principali poli piemontesi per lo sviluppo di impianti fotovoltaici, con centinaia di ettari già interessati da progetti autorizzati o in fase di valutazione. Secondo i critici, la crescita delle installazioni a terra rischia di modificare in modo significativo il paesaggio rurale e di ridurre la disponibilità di superfici agricole produttive. Alcuni chiedono una maggiore diffusione degli impianti su aree industriali dismesse, cave esaurite e coperture di edifici esistenti.

«Le indicazioni della nostra legge sono chiare – commenta l’assessore regionale Matteo Marnati – cioè installare i pannelli fotovoltaici principalmente su aree antropizzate e già compromesse. La soluzione non è coprire ettari di terreno agricolo produttivo per produrre energia elettrica: in 30 anni rischieremmo di perdere circa il 30% delle aree agricole convertite. L’agrivoltaico può costituire un’opportunità se progettato in modo da garantire la continuità dell’attività agricola e da integrare la produzione di energia con quella alimentare, senza determinare un consumo irreversibile di suolo fertile. Per questo la Regione punta a privilegiare l’utilizzo di aree già antropizzate, coperture di edifici, parcheggi, siti industriali dismessi e superfici compromesse, riservando ai terreni agricoli criteri rigorosi di localizzazione e pianificazione».