di Vassiliki Tziveli*
La prima uscita in spiaggia non è mai solo una giornata al mare e per molte persone è un momento carico di significati, aspettative e, spesso, disagio. Non si tratta soltanto di indossare un costume, ma si tratta di esporsi, di mostrarsi, di lasciare che il proprio corpo, senza filtri, venga visto, o percepito come visto, dagli altri.
È proprio in questo passaggio che qualcosa si attiva: il confronto, il giudizio e uno sguardo interno che diventa più severo. Ci si osserva più del solito, ci si confronta con modelli esterni, con immagini ideali, con standard spesso irraggiungibili e quel momento, che dovrebbe essere leggero, rischia di trasformarsi in un’esperienza di tensione.
Il disagio, quando arriva, non è casuale e nasce da un modo di guardarsi che si è costruito nel tempo, da aspettative interiorizzate, da un’idea di corpo che spesso non lascia spazio alla realtà. Eppure, il corpo non è un progetto da correggere, è una storia fatta di cambiamenti, di esperienze, di vita vissuta. Ridurlo a un giudizio estetico significa perdere il contatto con questa profondità.
Il punto, allora, non è eliminare il disagio, ma cambiare il modo in cui lo si attraversa. Quando l’attenzione resta bloccata a ciò che “non va”, la percezione si restringe e si perde la possibilità di vivere il momento. Il sole sulla pelle, il contatto con l’acqua, la libertà del movimento diventano secondari, quasi invisibili. Spostare il focus non significa ignorare ciò che si prova, ma ampliare lo sguardo, passare dal controllo alla presenza e permettersi di stare nel corpo, invece che osservarlo continuamente dall’esterno. Sentire più che valutare e vivere più che giudicare.
Anche il confronto con gli altri cambia prospettiva. Spesso si immagina uno sguardo giudicante, mentre la maggior parte delle persone è immersa nelle proprie insicurezze o semplicemente, nel proprio momento.
Il vero giudizio, nella maggior parte dei casi, è interno ed è proprio lì che si può iniziare a lavorare non per convincersi di essere perfetti, ma per costruire una relazione diversa con il proprio corpo. Una relazione più reale, meno rigida, più rispettosa.
La prima uscita in spiaggia può allora diventare non una prova da superare, ma un’esperienza da vivere, un piccolo allenamento a restare presenti, anche quando una parte di sé vorrebbe nascondersi.
Il corpo non chiede di essere perfetto per essere vissuto, chiede solo di essere abitato e forse, proprio lì, in quella presenza imperfetta ma autentica, si apre uno spazio nuovo: quello in cui si smette di guardarsi con durezza e si inizia, lentamente, a riconoscersi.
*mental coach e giornalista