Emanuele Bossi, di Gallarate, primo italiano premiato con l’Aviation Week Network 20 Twenties Award, è tra i venti studenti e professionisti under 30 più promettenti a livello globale nei settori dell’aviazione, dell’aerospazio e della difesa. Classe 2003, ha frequentato il Liceo Scientifico opzione Scienze applicate, dove si è diplomato nel 2022. Dopo il liceo ha scelto di partire per gli Stati Uniti.
Qual è il suo percorso universitario?
«E’ iniziato in West Virginia ed è poi proseguito in Arizona, dove ho conseguito una doppia laurea in Software Engineering e Data Science. In questi anni mi sono appassionato sempre di più alla ricerca, in particolare all’intelligenza artificiale, all’automazione e ai sistemi tecnologici applicati a contesti complessi e safety-critical. Il prossimo passo sarà il dottorato in Machine Learning a Georgia Tech, una delle università di riferimento a livello internazionale per l’ingegneria. Sono stato ammesso con fellowship e graduate assistantship, e per me rappresenta una grande opportunità per continuare a crescere come ricercatore e come persona».
Cosa significa aver vinto il “20 Twenties Award?
«Significa moltissimo per me. E’ uno dei riconoscimenti internazionali più prestigiosi nel settore dell’aviazione, dell’aerospazio e della difesa, e premia giovani studenti e ricercatori che si sono distinti per talento, leadership e potenziale di impatto futuro. Riceverlo è stato un grande onore, ma anche una conferma importante del percorso che ho intrapreso. Rappresenta il riconoscimento di tanti sacrifici. Allo stesso tempo, lo considero solo un punto di partenza. Questo premio è una motivazione in più per continuare a lavorare e provare ad avere un impatto concreto a livello internazionale. Mi piace pensare che dimostri anche che un giovane partito dall’Italia, con impegno e determinazione, può arrivare a competere e contribuire su scala mondiale».
Cosa ha provato quando l’ha saputo? Qualcosa è cambiato nella sua vita?
«Ho provato una grande emozione. Già essere nominati per il 20 Twenties Award è qualcosa di molto importante, perché significa che la propria università riconosce il tuo percorso, crede nel tuo talento e decide di candidarti ufficialmente. Vincere, poi, è stato ancora più sorprendente. E qualcosa è cambiato, sì. Questo premio mi ha aperto porte e dato accesso a contesti difficili anche solo da immaginare. Sono stato invitato, insieme al rettore della mia università, da Jared Isaacman al quartier generale della Nasa, dove ho avuto la possibilità di conoscere da vicino lui e il mondo Nasa. Di solito chi vince questo premio viene da percorsi molto legati all’ingegneria aerospaziale, mentre io arrivo da Software engineering e Data science. Durante l’evento, quando siamo saliti sul palco, l’ad di una delle più grandi aziende aerospaziali al mondo mi ha fermato: “Tu sei il software engineer? Chiamami lunedì, se vuoi ho un lavoro per te”. Non ho potuto accettare, perché in questo momento la mia priorità è il dottorato, però quell’episodio mi ha fatto capire quanto il premio sia riconosciuto e possa dare credibilità anche a un profilo come il mio. Da lì sono arrivate altre opportunità: il premio mi ha aiutato a essere riconosciuto come miglior studente laureando della mia università e a essere ricevuto dagli addetti scientifico e spaziale dell’Ambasciata Italiana a Washington».
La prima cosa che ha fatto quando ha ricevuto la notizia?
«Chiamare i miei genitori. Se oggi ho potuto raggiungere questo risultato, gran parte del merito va a loro. Mi hanno sempre sostenuto nelle mie scelte, anche quando non erano semplici. Per una famiglia non è facile vedere un figlio partire così giovane e andare dall’altra parte del mondo. Il loro supporto è stato fondamentale».
Progetti futuri?
«Il prossimo passo sarà il dottorato o comunque la mia esperienza di ricerca, a Georgia Tech. Dopo il Ph.D., salvo sorprese, mi piacerebbe entrare nel mondo dell’industria. Vedo il mio futuro in un contesto in cui ricerca, innovazione e applicazioni reali si incontrano. Mi piacerebbe lavorare su tecnologie che non restino solo sulla carta, ma che abbiano un impatto concreto sulle persone, sulle aziende e sulla società. Spero anche, un giorno, di avere l’opportunità di tornare in Italia».
Sogno nel cassetto? Cosa vuole diventare da grande?
«Se devo rispondere in modo spontaneo, direi: diventare manager di una multinazionale. Lo dico un po’ sorridendo, ma in realtà dietro c’è un’idea molto seria. Mi piacerebbe arrivare un giorno a guidare team, progetti e decisioni in un contesto internazionale, dove tecnologia, innovazione e visione strategica si incontrano. Non mi interessa solo “fare carriera” in senso astratto. Mi piacerebbe costruire un percorso che mi permetta prima di diventare molto competente tecnicamente, e poi usare queste competenze per avere un impatto più ampio. Vorrei essere una persona capace di capire la tecnologia, ma anche di trasformarla in progetti concreti, prodotti, strategie e opportunità. Quindi, se penso a cosa voglio diventare da grande, direi una figura che stia a metà tra ricerca, industria e leadership: qualcuno che sappia parlare con gli ingegneri, con i ricercatori, ma anche con le aziende e con chi deve prendere decisioni. Il sogno sarebbe contribuire alla crescita di una grande realtà internazionale, magari un giorno anche con un legame forte con l’Italia».
Cosa consiglierebbe e a un giovane che si iscrive al liceo a settembre?
«Consiglierei prima di tutto di seguire le proprie passioni e di non perdere mai la curiosità. Il liceo è un periodo importante perché ti dà una cultura generale, ti insegna a ragionare e ti espone a materie molto diverse. Però credo anche che ogni studente abbia talenti e inclinazioni differenti, e che il compito della scuola non dovrebbe essere solo quello di riempire tutti con le stesse informazioni, ma anche quello di aiutare ciascuno a scoprire la propria strada. Se un ragazzo ama la scienza, la matematica o la tecnologia, ma viene costretto a vivere lo studio solo come una serie di interrogazioni, nozioni da memorizzare e voti da inseguire, rischia di perdere entusiasmo anche per ciò che ama davvero. Lo stesso vale per chi ha talento nell’arte, nella letteratura, nello sport o in qualsiasi altro campo. Quindi il mio consiglio agli studenti è: impegnatevi, ma cercate anche di capire cosa vi accende davvero. Non studiate solo per il voto del giorno dopo, ma provate a collegare quello che fate a qualcosa di più grande, a un progetto, a una passione, a un futuro possibile. E forse questo è anche un messaggio per gli insegnanti: provate a guardare gli studenti non solo attraverso il programma da finire o l’interrogazione da fare, ma come persone con talenti diversi. Una buona cultura generale è importantissima, ma lo è anche saper riconoscere una passione e aiutare un ragazzo a farla fiorire. A volte basta un professore che crede davvero in uno studente per cambiargli completamente il percorso».
Studi in Italia e negli Usa: differenze?
«Culturali prima ancora che didattiche. Negli Stati Uniti ho avuto spesso la sensazione che prima tu sia visto come una persona e poi come uno studente. Il professore non è percepito come una figura distante e irraggiungibile, ma come qualcuno che ha più esperienza e più conoscenza di te e cerca di aiutarti a crescere, fino a diventare magari un giorno un suo collega. Il suo obiettivo non è solo “finire il programma”, ma assicurarsi che tu stia davvero imparando. Quando uno studente non raggiunge gli obiettivi di apprendimento, molti professori americani tendono a viverlo anche come una loro responsabilità: si chiedono cosa possono fare meglio per aiutarti. Purtroppo, in Italia, spesso questo rapporto è più rigido e più gerarchico. Negli Stati Uniti, se crei un bel rapporto con un professore, può capitare che ti inviti a casa a cena, che ti scriva su WhatsApp, che ti dia consigli non solo accademici ma anche personali e professionali. Un’altra grande differenza è il metodo. Negli Stati Uniti c’è molta più attenzione ai progetti applicati: questo è possibile anche perché ci sono più fondi, più laboratori e spesso strumenti di altissimo livello. Però il punto non è solo economico: è proprio l’idea che lo studente debba imparare facendo. Non voglio generalizzare: anche in Italia esistono professori straordinari e negli Stati Uniti non è tutto perfetto. Però, nella mia esperienza, il sistema americano mi ha dato più spazio per crescere, sperimentare, sbagliare e costruire rapporti veri con chi mi stava formando».
Qualche aneddoto sull’esperienza Usa?
«Una delle cose che mi ha colpito di più all’inizio è stato il rapporto degli americani con le distanze. In Italia, se devi guidare un’ora per andare da qualche parte, sembra quasi un viaggio. Negli Stati Uniti, invece, un’ora di macchina è considerata “vicino”. Ricordo che le prime volte mi dicevano: “E’ qui vicino, solo due ore di macchina”, e io pensavo: “Due ore? In Italia sarei quasi arrivato in un’altra regione”. Una volta per un’amichevole di calcio pre-stagione siamo andati dall’Arizona all’Alabama, che sono circa 5 ore di aereo. Poi ci sono state tutte le piccole differenze quotidiane: le porzioni enormi al ristorante, il caffè americano che per un italiano è sempre un piccolo trauma (per quello ho deciso di comprarmi una moka a casa), o il fatto che in Arizona puoi passare dal deserto e I 48 gradi di Phoenix alla neve di Flagstaff nel giro di poche ore di auto. All’inizio ti senti un po’ spaesato, poi inizi ad abituarti e a ridere di queste differenze. Forse la cosa più bella dell’esperienza americana è stata proprio questa: imparare a vivere in un mondo completamente diverso dal mio, senza perdere la mia identità italiana. Ancora oggi, quando qualcuno mi chiede cosa mi manca di più dell’Italia, la risposta è sempre la stessa: per prima, la famiglia, ma poi il cibo, il caffè vero e il modo in cui da noi anche una cena qualsiasi può diventare un momento speciale. Nei giorni della mia laurea, i miei genitori sono venuti dall’Italia e hanno organizzato una cena nella casa che avevano preso in affitto, invitando anche il mio coach. Per noi era una cosa normale: stare seduti con calma, parlare, servire una portata alla volta, vivere la cena come un momento da condividere. Lui, invece, era quasi stupito, perché negli Stati Uniti spesso si mangia in modo molto più veloce, tutto insieme e con meno ritualità».
Cervelli in fuga: cosa ne pensa?
«Uno dei punti centrali da cui dovrebbe ripartire l’Italia: è una questione di futuro del Paese. L’Italia produce tantissimi talenti in ogni settore. Lo si vede anche dall’estero. Questo dimostra due cose: da un lato che il talento italiano esiste ed è riconosciuto nel mondo; dall’altro che spesso non trova in Italia le condizioni per esprimersi al massimo. Secondo me, però, non basta dire “facciamo tornare i cervelli”. E’ un processo che va costruito, e non si può fare da un giorno all’altro. Servono programmi strutturati già dalla scuola, un sistema che riconosca le passioni e i talenti dei ragazzi, università più collegate all’industria, più investimenti in ricerca e innovazione, e soprattutto prospettive di crescita reali. Il punto non è solo economico, anche se stipendi, fondi e opportunità contano. Il punto è anche meritocratico. Quando un giovane sente che per crescere non basta essere bravo, ma bisogna conoscere la persona giusta, essere figlio di qualcuno o entrare in certi giri, è normale che inizi a guardare altrove. Questa mentalità è uno dei problemi più grandi da superare. Io credo che l’Italia abbia tutto per essere competitiva: talento, cultura, qualità della vita, università importanti, aziende eccellenti in settori strategici. Però deve creare un sistema in cui un giovane ambizioso possa dire: “Posso restare qui e costruire qualcosa di grande”. Finché questo sembrerà più realistico in altri Paesi, la fuga di cervelli continuerà».