La piaga del caporalato e dello sfruttamento del lavoro è legata a doppio filo con l’agricoltura, e le regioni del Nord Italia non sono immuni. Nel 2024 sono stati 39 i casi di sfruttamento lavorativo registrati nelle aree del Settentrione. Nel Centro sono stati 56, mentre al Sud ne sono stati denunciati 72. Aggregando i dati storici dall’entrata in vigore della riforma del 2016 però, emerge come il Settentrione sia al secondo posto dopo il Sud per numero di casi certificati (369). I dati sono raccolti dalla Fondazione Rizzotto, in collaborazione con Flai Cgil e pubblicati da Altro Diritto. Il Mezzogiorno ha fatto registrare 573 casi. Nel Centro Italia infine i casi registrati sono stati 307. La riforma è presa come punto di svolta perché dispone che non venga punito solamente il “caporale” che sfrutta i lavoratori, ma anche il datore di lavoro che beneficia dell’azione illecita, oltre a estendere al di là dei confini del settore agricolo lo strumento di contrasto al caporalato.
Il picco di casi al Nord è stato registrato nel 2020
Nello storico delle registrazioni di casi di caporalato nel settore dell’agricoltura, l’anno peggiore per le nostre regioni è stato il 2020: in quell’annata infatti sono stati certificati 62 casi di caporalato, ma dalle annate successive il trend è stato in continua diminuzione (con l’unica eccezione del 2023, con 46 casi a fronte dei 43 del 2022). In termini percentuali nel Sud si concentra il 46% dei casi di caporalato registrati in totale, al Nord il 30% dei casi (crescendo di 2 punti percentuali rispetto alle rilevazioni del rapporto precedente) e nel Centro si concentrano il 25% delle vicende di sfruttamento nazionali (-2 punti percentuali rispetto al rapporto precedente).
«Il recupero percentuale del Nord – scrivono dall’Osservatorio della Fondazione Rizzotto – fa pensare che il sottolineato andamento decrescente potrebbe essere rivisto nelle prossime rilevazioni, in particolare potrebbe rafforzarsi il numero dei casi relativi al 2024 visto che, come detto, in quell’anno è stato pienamente attivo il progetto Common ground in molte delle regioni dell’area». «A costo di essere ripetitivi ribadiamo che la variazione dei dati relativi alle differenti zone geografiche non indicano (necessariamente e soltanto) un mutamento della diffusione geografica dello sfruttamento lavorativo sul territorio nazionale, ma sono, anche e soprattutto, indice della distribuzione dell’attenzione al fenomeno da parte degli organi investigativi. Essi risentono quindi del ricordato contesto storico: l’attenzione allo sfruttamento lavorativo è nata quando questo era percepito come un fenomeno relativo al settore agricolo nell’Italia meridionale».
L’economia dello sfruttamento
Il rapporto della Fondazione Rizzotto specifica come lo sfruttamento del lavoro sia sempre più visto come una pratica produttiva che esula dal settore agricolo. Si è inserita in diverse aree lavorative, conquistando sempre più diffusione, come provano le inchieste giudiziarie più recenti.
«Su 1.249 casi di sfruttamento complessivamente rilevati, siamo riusciti a ricostruire il comparto economico in 983, mentre in 266 non è stato possibile farlo. Questo scollamento tra i casi di sfruttamento rilevati e quelli per i quali abbiamo accertato i singoli settori produttivi in cui si sono verificati dà origine al caveat relativo al fatto che l’aumento dei casi di sfruttamento registrati in questo Rapporto nel settore agricolo è minore dell’aumento complessivo dei casi: si deve tenere conto che per poco più di un sesto dei casi registrati non siamo riusciti a individuare il settore in cui è avvenuto lo sfruttamento. A ciò aggiungiamo che la metà dei 266 casi in cui non siamo riusciti a risalire al comparto produttivo in cui lo sfruttamento ha avuto luogo, sono relativi ai casi di nuova rilevazione (ben 133, esattamente il 50%), a riprova del fatto che i dati “freschi”, di neo-rilevazione del Laboratorio, hanno bisogno di qualche anno di latenza per poter essere compiutamente analizzati e maneggiati, anche sulla base della collaborazione delle Procure».