I dati

Il rapporto Meho mette le università del Nordovest sul podio della ricerca nazionale

Brevetti e innovazione: Lombardia e Piemonte perni della ricerca italiana.

Il rapporto Meho mette le università del Nordovest sul podio della ricerca nazionale

Lombardia e Piemonte si confermano leader nella ricerca italiana, con università che eccellono per brevetti e innovazione.

Il sistema universitario italiano conferma il suo ruolo strategico per innovazione, sviluppo economico e crescita sociale, ma resta segnato da forti squilibri territoriali. A guidare la trasformazione sono soprattutto gli atenei del Nord, con Lombardia e Piemonte in prima linea nella corsa a brevetti e spin-off universitari, mentre il Mezzogiorno continua a scontare ritardi strutturali e minore capacità di trasferire la ricerca al tessuto produttivo. E’ il quadro che emerge dal 5º rapporto dell’Osservatorio Mheo (Milan Higher Education Observatory), “The University Factor – Impatto economico e sostenibilità dell’istruzione terziaria e dell’università”, presentato all’Università degli Studi di Milano in collaborazione con il Centro Heye dell’Università di Bergamo e il Meiec. Secondo il rapporto, quasi la metà dei brevetti universitari italiani nasce nel Nord Italia e la sola Lombardia concentra il 29% del totale nazionale. Insieme a Piemonte ed Emilia-Romagna, il sistema universitario settentrionale arriva a coprire circa il 65% dell’attività brevettuale accademica italiana, soprattutto nei comparti farmaceutico, biomedicale e biotech.

Il dato conferma il peso crescente dell’asse Milano-Torino nel panorama dell’innovazione universitaria. A incidere sono la presenza di grandi atenei, distretti industriali consolidati, reti di imprese e infrastrutture dedicate al trasferimento tecnologico.

Nonostante la crescita delle domande di brevetto – passate da 186 nel 2000 a oltre 1.200 nel 2022 – il sistema italiano, però, continua a mostrare fragilità: il numero di brevetti effettivamente concessi resta stabile e molte ricerche non riescono a trasformarsi in proprietà intellettuale spendibile sul mercato. Tra le criticità evidenziate dal rapporto figurano una cultura brevettuale ancora limitata e il disallineamento tra ricerca universitaria e domanda industriale. Un divario che penalizza soprattutto gli atenei più piccoli e le aree lontane dai grandi poli produttivi del Nord.

Gli spin-off universitari

La stessa geografia emerge sul fronte degli spin-off universitari. Anche in questo caso il 47% delle iniziative si concentra nel Settentrione, con una forte presenza negli atenei di grandi dimensioni. Le attività di ricerca si sviluppano soprattutto nei settori farmaceutico, biomedicale, biotech e tecnologie medicali, comparti nei quali il Nordovest continua a esercitare una forte capacità attrattiva.

Il rapporto segnala tuttavia una frenata significativa: gli spin-off universitari sono passati da 86 nel 2018 a soli 20 nel 2024. A pesare sono stati gli effetti della pandemia, regole più restrittive e difficoltà strutturali legate alla ridotta dimensione delle imprese e alla scarsa capacità di attrarre capitali internazionali. Nonostante questo, il tasso di fallimento resta contenuto: solo il 7% chiude entro cinque anni. Le università lombarde hanno poi costituito il 15% del totale degli spin-off e circa il 33% del totale del Nord Italia, mentre le tre università statali presenti nel territorio di Milano hanno generato il 9% degli spin-off universitari italiani.

Sostenibilità ambientale e sociale

Accanto ai temi dell’innovazione, il dossier dedica spazio anche alla sostenibilità ambientale e sociale degli atenei. Sul fronte energetico i risultati appaiono ancora limitati: tra il 2015 e il 2021 i consumi energetici delle università italiane sono aumentati del 24%, mentre la spesa è cresciuta del 22,6%. L’autoproduzione di energia resta marginale, coprendo appena il 2% del fabbisogno complessivo, sebbene in forte crescita.

Più incoraggianti invece i dati sull’inclusione. Le donne rappresentano ormai la maggioranza degli immatricolati e cresce lentamente anche la presenza femminile nelle discipline Stem, tradizionalmente dominate dagli uomini. Parallelamente aumentano gli studenti esonerati dal pagamento delle tasse universitarie, saliti al 37,6% degli iscritti.

Sul fronte della vita universitaria, il rapporto evidenzia una crescente fragilità economica degli studenti, soprattutto nelle grandi città del Nord come Milano e Torino, dove il costo della vita pesa in modo sempre più significativo sui percorsi di studio. L’affitto rappresenta la voce di spesa principale per chi sceglie l’autonomia abitativa, una condizione che riguarda circa un quarto degli studenti e che spesso incide direttamente sulla qualità della vita e sulla continuità accademica. Oltre la metà degli universitari non lavora e dipende economicamente dal sostegno familiare, mentre molti studenti lavoratori devono conciliare lezioni e impieghi con carichi orari elevati, finendo per sacrificare frequenza e rendimento.

Il rapporto mette inoltre in luce una vulnerabilità diffusa: un terzo degli studenti riesce a coprire autonomamente spese molto limitate, segnale di una forte esposizione agli shock economici e di un diritto allo studio ancora strettamente legato alle condizioni economiche delle famiglie di origine.

Un approfondimento è dedicato agli studenti dell’Università Statale di Milano, mettendo in luce le difficoltà economiche che accompagnano il percorso universitario anche nelle aree più dinamiche del Paese: un terzo degli studenti riesce a sostenere autonomamente spese inferiori ai 100 euro mensili, segnale di una vulnerabilità diffusa che rischia di incidere sulla continuità degli studi e sulla qualità della vita universitaria.