Immagine di copertina realizzata con Intelligenza artificiale.
Nel Nordovest il disagio minorile urbano si concentra soprattutto nelle grandi aree metropolitane di Torino, Milano e Genova. Le tre città compaiono infatti nella mappa delle 158 Aree di disagio socioeconomico urbano (ADU) individuate da Istat nei 14 principali capoluoghi italiani. Torino e Milano rientrano tra i centri che, insieme a Roma, Napoli e Palermo, raccolgono quasi tre quarti dei minori che vivono in contesti di forte vulnerabilità sociale. Accanto ai quartieri più estesi emergono però anche piccole sacche di marginalità spesso invisibili alle statistiche tradizionali. Nel dettaglio, Torino conta cinque microaree con meno di 100 minori residenti, Genova tre e Milano una. Si tratta di piccoli nuclei abitativi collocati frequentemente vicino a stazioni ferroviarie o grandi infrastrutture urbane. Secondo il rapporto di Save the children “I luoghi che contano Infanzia e adolescenza nelle periferie urbane”, proprio queste dimensioni ridotte potrebbero però consentire interventi più rapidi e mirati, costruiti insieme al terzo settore e alle reti di comunità già presenti nei quartieri.
La scuola
Anche nel Nordovest il disagio urbano si riflette con forza sui percorsi educativi e occupazionali dei giovani. A Milano, nelle Adu, il tasso di dispersione scolastica tra gli studenti delle scuole secondarie raggiunge il 14,3%, quasi il doppio rispetto alla media cittadina del 7,6%. Un divario di 6,7 punti percentuali che conferma come le disuguaglianze sociali si concentrino all’interno delle grandi città, anche nel Centro-Nord. Il quadro si ripete sul fronte dei giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non lavorano. Sempre a Milano, nelle Adu i Neet rappresentano il 29,1% dei giovani residenti, contro una media comunale del 19,9%. La differenza supera i 9 punti percentuali. I dati mostrano che il fenomeno nel Nordovest appare meno estremo rispetto alle grandi città del Sud, ma resta comunque significativo: nelle periferie urbane più fragili persistono livelli di esclusione scolastica e lavorativa nettamente superiori rispetto al resto delle città. Un segnale che evidenzia come le fratture sociali non seguano più soltanto la tradizionale linea Nord-Sud, ma attraversino sempre più i quartieri delle stesse aree metropolitane.
Le condizioni economiche
Il divario sociale nelle periferie urbane del Nordovest emerge con chiarezza anche sul fronte dell’istruzione degli adulti e delle condizioni economiche delle famiglie. A Torino, quasi una persona su due tra i 25 e i 64 anni che vive nelle Adu possiede al massimo la licenza media: il dato raggiunge il 46,7%, contro il 28,6% della media cittadina. Uno scarto di oltre 18 punti percentuali. Una distanza analoga si registra a Genova, dove la quota di adulti con basso livello di istruzione arriva al 45,4% nelle Adu, mentre nel resto della città si ferma al 26,5%. Anche Milano conferma il trend: 37,9% nelle aree più fragili contro il 19,8% medio comunale. Le difficoltà educative si intrecciano con quelle economiche. A Torino oltre un terzo delle famiglie residenti nelle Adu (37,6%) vive con un reddito disponibile inferiore al 60% della mediana nazionale, quasi il doppio rispetto alla media cittadina del 19%. A Milano la situazione è simile: 35,3% nelle aree di disagio contro il 18,4% del resto della città. Numeri che raccontano un disagio radicato anche nelle grandi città del Nord, dove povertà economica e fragilità educativa tendono a sovrapporsi e a concentrarsi negli stessi quartieri periferici.
La casa
In generale, bambini e adolescenti esprimono un giudizio positivo sulla propria casa, indipendentemente dalla scuola frequentata o dal quartiere di residenza: la maggior parte considera l’abitazione curata, luminosa e tranquilla. Le differenze emergono però quando si guarda alla qualità degli spazi e delle opportunità quotidiane. Nelle aree di disagio urbano, gli studenti che ritengono adeguate le dimensioni della propria casa sono l’85,2%, contro il 93,3% dei coetanei che vivono in zone meno problematiche. Più contenuta anche la percezione di sicurezza e qualità dell’edificio: il 76,5% degli studenti delle periferie fragili definisce la propria abitazione inserita in un “bell’edificio”, contro l’84,9% degli altri, mentre il senso di sicurezza scende dall’96,1% all’88,2%. Il divario si accentua soprattutto sugli spazi personali. Nelle aree di disagio urbano meno di uno studente su due dispone di una stanza propria (46,4%), contro il 60% nelle altre zone della città. Anche la disponibilità di un luogo adeguato per studiare risulta inferiore, seppure ancora elevata: 83,1% contro 89,5%. A pesare sono anche gli spazi esterni e le dotazioni tecnologiche. Balconi, cortili o aree all’aperto risultano meno presenti nelle abitazioni delle Adu (76% contro 87,5%), con possibili effetti sul benessere e sulla socialità dei ragazzi. Sul fronte digitale, invece, il gap appare più limitato: smartphone e connessione internet sono ormai diffusi quasi ovunque, mentre resta più marcata la differenza nella disponibilità di computer o tablet utili per lo studio, presenti nel 76,6% delle famiglie delle aree disagiate contro l’88,6% delle altre.
I servizi
Per raggiungere la scuola, la maggior parte degli studenti e delle studentesse impiega meno di 15 minuti, sia nelle aree di disagio urbano (76,4%), sia nelle altre (80,3%). Una volta giunti a scuola, alunni e alunne affermano di avere a disposizione diversi servizi e opportunità educative, dipingendo nel complesso un quadro omogeneo tra aree di disagio urbano e altre aree della città: la presenza di palestre va oltre il 96%, così come quella delle aule informatiche oltre il 92%. Un elemento di particolare rilievo è dato dal fatto che alcune opportunità integrative risultano più frequenti nelle scuole situate all’interno o in prossimità delle Adu: le attività extrascolastiche organizzate dalla scuola (83,7% contro 78,9%) e i corsi estivi gratuiti (32,7% contro 20,5%) sono più diffusi qui rispetto al resto delle aree comunali, indicando una funzione educativa più ampia della scuola, che tende a colmare le carenze del contesto territoriale. Nelle scuole delle Adu o in prossimità, il 7,8% degli studenti e delle studentesse di terza media dichiara di aver ripetuto un anno scolastico, una quota più che doppia rispetto a quella rilevata nelle altre zone (3,2%): si tratta di quasi 1.600 alunni.
Le prospettive
A questa differenza si affianca una diversa autovalutazione delle proprie competenze, che mostra livelli più contenuti di fiducia nelle proprie capacità tra coloro che vivono in aree di disagio urbano, con possibili ripercussioni anche sulle scelte future. Nonostante le difficoltà sociali ed economiche delle periferie urbane, tra gli studenti prevale una forte fiducia nel futuro: oltre il 90% ritiene di poter realizzare le proprie aspirazioni, indipendentemente dal quartiere in cui vive. Nelle aree di disagio urbano cresce però la quota di ragazzi che percepisce minori opportunità rispetto ai coetanei; le ragazze, inoltre, tendono più spesso a sentirsi svantaggiate. Molti adolescenti delle periferie fragili non immaginano il proprio futuro nel quartiere d’origine: solo uno su quattro pensa di restarvi da adulto. Forte anche il desiderio di trasferirsi all’estero, condiviso da oltre la metà degli studenti.
Le richieste
Per migliorare i quartieri, i ragazzi chiedono soprattutto maggiore cura: oltre la metà indica come priorità una pulizia più efficace e servizi migliori per la raccolta dei rifiuti. Seguono la richiesta di più luoghi di aggregazione, spazi sportivi, aree verdi e nuove attività commerciali. Circa un giovane su cinque propone interventi di rigenerazione urbana, con il recupero di edifici degradati e spazi abbandonati da destinare alla comunità. Nelle aree di disagio emerge inoltre una richiesta più forte di sicurezza e controlli, particolarmente sentita tra le ragazze. Nei quartieri meno fragili, invece, sono più frequenti le richieste legate a trasporti pubblici, spazi culturali come biblioteche e centri di supporto scolastico.
Rigenerazione urbana col Pnrr
Nelle 14 città metropolitane si concentrano 72.781 progetti di rigenerazione urbana finanziati dal Pnrr, quasi il 30% del totale nazionale. Tra le città con il maggior numero di progetti vi sono Roma, Napoli, Milano e Torino, che insieme rappresentano ben oltre la metà delle iniziative. I progetti portati a termine sono il 33,8%, quelli ancora in corso sono il 59,9% e quelli non ancora avviati sono il 6,2%. Torino e Milano hanno ricevuto rispettivamente 8,8 miliardi (7,6%) e 8,7 miliardi. Lo racconta il rapporto di Save the children. Per quanto riguarda gli interventi dedicati ad asili e scuole, gli investimenti si concentrano soprattutto nei comuni di cintura più che nei capoluoghi. A Torino gli interventi nelle aree periferiche risultano circa il doppio rispetto al comune centrale, mentre a Milano la distribuzione appare più equilibrata, con 1.720 progetti nei comuni dell’hinterland contro 1.024 nel capoluogo. Fa eccezione Genova, dove la maggior concentrazione di interventi resta nel comune principale. Sul fronte dell’avanzamento dei progetti, Torino si colloca tra le realtà più virtuose: quasi il 40% degli interventi risulta completato entro ottobre 2025. Milano, invece, è tra le città con la quota più bassa di iniziative concluse, pari al 32,9%, e con un numero ancora elevato di cantieri in corso. Dal punto di vista economico, Milano assorbe da sola oltre il 18% delle risorse nazionali destinate all’edilizia scolastica e pre-scolastica, risultando il territorio metropolitano con la maggiore quota di finanziamenti. Anche Torino rientra tra le cinque province che concentrano complessivamente oltre il 63% dei fondi disponibili. Considerando le risorse per ogni minorenne residente, Milano mantiene livelli elevati con circa 2.323 euro pro capite, mentre Torino si colloca su valori più contenuti, attorno ai 1.830-1.870 euro per minore. Sono 13.095 le iniziative dedicate alle università, concentrate in particolar modo nelle città di Roma e Milano, seguite da Napoli, Torino e Bologna.