di Enzo Bucchioni
Ricordate cosa dicevano i pronostici dell’estate scorsa? Lo scudetto se lo giocheranno Inter e Napoli. Alla fine è andata proprio così, sono arrivate prima e seconda in un campionato tutto sommato scontato. Non banale, ma scontato sì.
Troppo più forte, più esperto, l’organico dell’Inter che aveva una sola incognita: l’allenatore. Nel momento in cui Chivu ha dimostrato di essere pronto già alla prima esperienza, tutto è scivolato via facilmente verso uno scudetto trionfale. Il Napoli ci ha provato, ma non è mai stato veramente in corsa, veramente competitivo e temibile, complici i troppi infortuni (alla fine quarantacinque) che hanno condizionato la stagione.
Se lassù, in alto, le emozioni sono state relative, la serie A ha dato il meglio di sé nella corsa alla Champions League, una sorta di campionato nel campionato che ha esaltato Como e Roma, stritolato Milan e Juventus.
Il Como è la faccia bella della stagione, una di quelle storie modello Leicester che racconteremo per anni. Dalla serie D alla Champions, quasi il titolo di una serie. Sicuramente un modello da seguire per tutto il nostro calcio in crisi di idee e di identità. Sul lago sono partiti dalla mentalità, si gioca sempre per vincere, per imporre il gioco. Sono passati attraverso la tecnica e la velocità dei giocatori, hanno mescolato talento e gioventù con una buona dose di esperienza e messo tutto in mano a un allenatore come Fabregas che questo calcio moderno lo conosce bene, da giocatore ne è stato un simbolo. Uno specialista.
Ma anche Gasperini, a suo modo, è uno specialista. Dopo aver portato l’Atalanta in Champions per cinque volte, s’è ripetuto con la Roma. Lo hanno preso per questo e non ha deluso.
Il tutto, ovviamente, con la complicità di Juventus e Milan che si sono clamorosamente buttate via nella volata finale, pagando i troppi errori e la debolezza di società che cambiano troppo spesso dirigenti e allenatori senza avere un progetto preciso.
La Juventus ha sbagliato l’allenatore (Tudor) e la correzione in corsa (Spalletti) non è bastata. Ma è stata fallimentare anche la campagna acquisti affidata agli algoritmi dei dirigenti francesi Comolli e Modesto.
Il Milan aveva troppe anime in società, non è mai stata fatta chiarezza su che tipo di calcio fare, con Allegri in panchina sorretto da qualcuno, avversato da altri. Una spaccatura che ha dilaniato lo spogliatoio e causato il crollo finale.
Ora che Cardinale, proprietario del fondo che gestisce la società, li ha cacciati tutti (unica eccezione Ibra) del Milan restano soltanto un cumulo di macerie e un’Europa League amara da digerire.