A 19 anni poteva ottenere il cosiddetto posto fisso ma ha detto no: non sapeva ancora bene cosa volesse fare ma di sicuro aveva le idee chiare su quale scelta non compiere: Stefano Nosei, musicista e cabarettista nato a La Spezia, ha compiuto 70 anni.
Quale bilancio?
«Positivo. Ho fatto quello che volevo, ho scavallato il posto di lavoro normale, anche se non sono state solo rose e fiori, ma quando il mestiere ti appassiona senti meno i sacrifici: ho percorso tanti chilometri, vissuto in tante città, non ho avuto figli, però ho trasformato la mia passione in mestiere e ho vissuto dignitosamente».
Ha rimpianti?
«No. Ci sono state tante sliding doors e quindi ci penso, mi interrogo. A metà degli anni Novanta, per esempio, dopo tanti anni con Gigi Proietti e qualche anno con Maurizio Costanzo, partecipo a una fiction con Edwige Fenech, “Delitti privati”; una delle autrici mi chiamò per far parte di un progetto che stava nascendo. Era Il maresciallo Rocca, ma allora non si poteva immaginare il successo della serie; io rifiutai la parte di assistente di Proietti perché avevo appena firmato un contratto con la Compagnia della Rancia per un musical. Chissà se accettare sarebbe stata una svolta della carriera o se sarei riuscito a sostenere il ruolo? Non si può sapere. Alla fine tutto è andato come doveva andare».
Incontri importanti?
«Per gratitudine rispetto allo spazio datomi, Maurizio Costanzo. Dal punto di vista del rapporto umano: Proietti, Gaber, Concato. E poi ho conosciuto personalmente quelli che da ragazzo erano i miei miti ed è stato impagabile: Jannacci, Arbore, James Taylor: mi trattavano come un collega e io mi imbarazzavo…».
Come la passione è divenuta professione?
«In modo fluido. Vivendo a La Spezia avevo cominciato a esibirmi in piccoli spettacoli di caffè-concerto, dove univo cover a giochini come proporre We are the world con le voci di diversi cantanti. Nell’estate del 1985 il Comune mi chiamò per salire sul palco e “allungare” il tempo dello spettacolo di Maurizio Ferrini. Accettai e venni fermato da alcuni produttori che mi invitarono a Milano, al Derby, per puntare sulla parte umoristica della mia performance. Ho sostenuto il provino e ho iniziato così, con Paolo Rossi, Giobbe, Salvi, Bisio. Con la chiusura del Derby sono passato a Zelig. In quegli anni il cabaret si faceva ovunque, anche nelle discoteche. Esperienze clamorose! Si fermava la musica, i presenti non sapevano se ammazzarti o divertirsi. Si lavorava anche senza essere stati in tv, anzi, quando arrivavi al piccolo schermo avevi le spalle forti e formate grazie alla gavetta; sapevi reggere la notorietà. Vi era una bella considerazione verso il cabaret; anche tra colleghi non c’erano competitività e invidia: ognuno poteva trovare spazio. Dopo gli anni di piombo, si è imposta la Milano da bere, una rivoluzione che è evoluta e poi cambiata. Ora è tutto diverso».
Perché?
«Internet ha cambiato i gusti: si è abbassato il livello perché chiunque può fare tutto; tutto è breve, tutto è meme. Ho lavorato a Colorado nel 2013 e poi ho smesso perché non avevo più l’età per quei meccanismi; avanti i giovani. Prima esisteva la gavetta, poi la tv per tre minuti e poi il mercato; adesso non ci sono più i piccoli teatri con le stagioni di cabaret, bisogna prima passare in tv per avere i numeri: così molti giovani devono suonare nei pub per vivere di questo mestiere, e a mio parere, meno dignitosamente rispetto al passato. Io mantengo i contatti con i miei colleghi ma faccio altro. Porto in giro, per esempio, lo spettacolo Comicantando che racconta il mio viaggio e la mia carriera».
Da bambino, al pranzo di Natale, recitava una poesia o raccontava una barzelletta?
«Cantavo una canzone, in piedi sul tavolino».
I suoi genitori?
«Mio padre lavorava in Marina Militare e come secondo lavoro era direttore di locali da ballo: ho incontrato Carosone, il Quartetto Cetra e tanti altri; momenti che mi hanno forgiato. Quando ho terminato il liceo con 60/60 e potevo essere impiegato in Marina, diciamo prendendo il posto di mio padre ormai invalido, ho rifiutato. Sapevo che in ufficio dalle 7 alle 14 sarei stato un infelice. Se avessi accettato il posto fisso, non avrei viaggiato e non avrei incontrato tutte le persone che ho conosciuto. Ho iniziato nell’85 quando non c’erano i cellulari: se volevi indicazioni dovevi chiederle e ti esibivi in teatri dove non era scontato fossero pieni. Mia madre era disperata all’inizio, poi è diventata la mia prima fan e diceva a tutti di essere mia madre!».
Quale consiglio ai giovani?
«Rischiate. Se sapete cosa non volete fare, non fatelo. Partite da lì. Non è un momento facile: da una parte si ha la possibilità di esprimersi subito, dall’altra l’eccessiva esposizione rischia di farti perdere nella melassa. Io ho trovato una dimensione mia e sono sereno».
Qual è la sua caratteristica, quella che ha determinato il suo successo?
«La novità di essere solo con una chitarra e stare nei tempi di uno spot pubblicitario. La parodia delle canzoni, il cambiarne le parole esiste da quando esistono le canzoni stesse, ma io funzionavo per il taglia e cuci molto forte: anche 8 canzoni con un unico tema inserite in un tempo breve, con uno stile nuovo».
Vede degli eredi o tutto è cambiato?
«La seconda. Mi vengono però in mente dei nomi: penso a Checco Zalone, che si è dato al cinema, ma ha usato il suo personaggio con grandissima bravura; tra i più giovani, un vero genio è Carlo Amleto: dopo tanti anni un’artista che mi emoziona, può diventare davvero forte».
Quale musica ascolta?
«Variegata: quella che suono è anche quella che ascolto di più, poi molto indie americano, jazz, contaminazioni con il pop, l’ambient. Non sono appassionato di rock duro o metal pesante, non lo sono mai stato; d’altra parte, suono la chitarra acustica… Nel 2015 ho pubblicato un disco riarrangiando dei grandi successi alla maniera di James Taylor: Barbie girl è diventata una ballata struggente».
Ha altre passioni?
«Cinema, serie tv, teatro e libri: ho terminato “Quello che possiamo sapere” di McEwan e ho iniziato un romanzo di Sandrone Dazieri. E poi ho sempre adorato il basket: ho giocato fino ai 60 anni. A Bologna è impossibile non giocare e sono stato anche nella Nazionale artisti con tantissime partite disputate per beneficenza. Ho un legame fortissimo con la Fortitudo Pallacanestro Bologna e ho scritto anche un inno: quell’anno la squadra ha vinto lo scudetto!».
Torna a La Spezia?
«Spesso perché mia mamma vive lì e poi il mare è il mio habitat. Mi muovo tra La Spezia, Alghero dove ho un appoggio da 30 anni e Bologna, la città che mi ha accolto, dopo il trasferimento da Roma che consideravo troppo grande».
Progetti?
«Porto in giro Comicanto con il repertorio che ha ancora ragion d’essere perché non legato all’attualità di un momento e poi ho altri progetti legati alla musica e al teatro: con Andrea Santonastaso stiamo costruendo una proposta di musica e parole partendo dalla storia di Cyrano de Bergerac».