«Mi raccomando, fai bene il bene»: un messaggio ripetuto ogni sera, al telefono, da un padre al proprio figlio. Un impegno che definisce una vita. Don Luigi Scarlino è nato nel Salento, a Matino, in provincia di Lecce, e ora dal 2020 è sacerdote a Rozzano, alle porte di Milano, dove ha realizzato il progetto «Un gancio da Dio», dove in oratorio la boxe diventa strumento educativo.
Come è cresciuto?
«La mia è una famiglia semplice, cinque figli, papà maestro amante della boxe. Sono cresciuto nella bellezza della fede popolare, alimentata dalla messa, dalla preghiera del Rosario, dalle processioni. Non grandi ideologie ma uno stile di vita. Sono stato chierichetto, ho compiuto studi classici e iniziato un percorso di formazione già nel seminario minore per poi arrivare alla laurea in Teologia».
I suoi genitori hanno sostenuto la sua scelta di prendere i voti?
«Mamma l’ha vissuta in maniera più partecipativa, papà avrebbe preferito altro perché una cosa è la fede, un’altra è appartenere alle istituzioni, in questo caso alla Chiesa… ma non mi ha mai ostacolato: mi ha educato alla libertà e alla responsabilità, suscitando anche dubbi e sono contento l’abbia fatto. Se scegli, devi sapere cosa stai scegliendo».
La sua, quindi, è stata una scelta libera e responsabile?
«Sì. Ho deciso di voler diventare prete a 24 anni e sono diventato prete a 36. Nel 2009 mi sono fermato, era un tempo non facile per la Chiesa: i primi scandali legati alla pedofilia, molti sacerdoti che lasciavano: il cammino di formazione ulteriore in età adulta mi ha aiutato a essere convinto».
Quali caratteristiche per essere sacerdote?
«Occorre trovare un giusto equilibrio per non essere troppo rigoristi ma nemmeno lassisti; bisogna mettere in conto che si possono compiere degli sbagli e che ci possono essere delle cadute: questo sia nel sacerdozio sia nel matrimonio. L’importante è essere onesti con sé stessi. Questa scelta non può essere dettata da motivi economici o di stabilità ma occorre essere consapevoli che si dedica la vita al servizio degli altri, senza però trascurarsi, altrimenti si ha un potenziale crollo. E questa impostazione piace ai ragazzi».
Si sente responsabile per loro?
«Tanto. Non è quello che dici ma quello che fai, il testimoniare i valori che predichi, la contestualizzazione sul territorio che conta. E’ diverso essere in una cattedrale in centro a Milano o in una chiesa in periferia come Rozzano».
Di cosa hanno bisogno i giovani?
«Di essere guardati, prima ancora che di essere ascoltati. Perché l’ascolto presuppone che ti vengano a parlare, ma non è detto che accada. Devi star loro vicino, vivere la loro realtà, bere un caffè nei “loro posti” e osservarli con uno sguardo attento a loro, alle loro fragilità, alla loro bellezza; uno sguardo non giudicante. Dallo sguardo può iniziare il dialogo».
Come è nato il progetto dedicato alla boxe?
«Cerco sempre di vedere il positivo in ogni situazione: il periodo terribile della pandemia cosa ha insegnato? Gli adolescenti vivono tanta rabbia e in oratorio abbiamo la necessità di creare luoghi e momenti di incontro e dialogo: quando saliamo sul ring il vero avversario siamo noi stessi. Le chiese sono vuote perché manca la disciplina da vivere in modo sano, quella che aiuta a vivere i momenti di fatica, e la boxe la insegna: se non sei disciplinato cadi. La boxe aiuta a rispettare il proprio corpo, l’altro che è da combattere e non da abbattere, le regole; la boxe educa alla fatica, all’allenamento, alla costanza».
I risultati?
«Belli. In un oratorio dove ha sempre regnato il calcio, abbiamo introdotto un altro sport e aperto alle ragazze, che rappresentano la maggioranza dei cinquanta partecipanti al progetto, partito nel 2025. Il mondo laico ha percepito questa idea in modo bello. Qualche punto interrogativo in più vi è stato da parte dei collaboratori che pensavano alla boxe come a uno sport violento, ma gli interrogativi hanno trovato risposte. Il Governo ha approvato il progetto di una palestra per la boxe che si affianca a una palestra dello spirito per riscoprire la fede con linguaggio più vicino ai giovani. Se non hai fede, non sali sul ring. E sul ring vi è un dialogo interreligioso. Il 3 giugno ricorrono i 10 anni dalla morte di Muhammad Alì, grande campione che ha vissuto la dimensione della fede e anche una conversione».
Ha ricevuto critiche?
«Tante: se sono costruttive le ascolto, se sono distruttive lascio perdere. Qualcuno ha telefonato in parrocchia per dire che un don non deve occuparsi dei ragazzi perché appartengono al territorio… qualcuno che probabilmente aveva in mente di “usarli” per altri scopi. Non mi ha spaventato la telefonata, però mi ha permesso di pensare a quanto “disturbo” reca il cercare di dare opportunità belle, di insegnare la fatica, la necessità di investire nello studio per ottenere dei risultati: qui la dispersione scolastica, per esempio, è fortissima. Occorre educare a essere costanti e responsabili. Gli errori si commettono ma è giusto fermarsi, riconoscerli. Io cerco d aver pazienza, di essere attento ai particolari e di aver cura di me e dei collaboratori. Diciamo che sono “amato dalle vecchiette”, ho una bellissima relazione con gli adulti e una bellissima collaborazione improntata sulla verità e sulla corresponsabilità con tutti, distinguendo l’essere umano dal ruolo e dal lavoro. Vi è una certa collaborazione con le istituzioni ma si potrebbe fare di più, soprattutto nell’ascolto vicendevole. Anche i genitori sostengono il nostro invito a partecipare. I ragazzi a messa vengono, alcuni anche con le famiglie, altri no. A mio parere la celebrazione va preparata con cura e va rivisto il linguaggio affinché non sia un momento astratto ma bello».
Il suoi obiettivi più immediati?
«L’inizio del cantiere edile e del cantiere sociale: l’oratorio ha bisogno di spazi ristrutturati ma soprattutto di una comunità che se ne prenda cura; i luoghi belli ma vuoti non servono e se per ora c’è il don, quando andrò via, cosa accadrà? E poi, vorrei un camion con la scritta “Un gancio da Dio” che possa portare un ring in tour nelle periferie e dare speranza all’oggi. Ho anche un obiettivo più personale: scrivere un testo teologico sulla pratica della boxe come strumento per aiutare i ragazzi a guardarsi dentro, a scoprire le loro fragile bellezza».
Gli incontri che porta nel cuore?
«Numerosi. Penso a Marco (nome di fantasia: ndr), minorenne: una notte di pioggia suona il campanello e chiede di poter dormire in oratorio. Orfano di padre, una madre con problemi di dipendenza, lui stesso dipendente dalla cocaina; chiamo i nonni per avere l’autorizzazione ad accoglierlo. Due anni fa con la loro collaborazione e con le forze dell’ordine ho trovato il modo per farlo arrestare: un apparente fallimento ma lì è iniziato un percorso psicologico e lavorativo per Marco; un’occasione per ripartire. Penso a Igor, orfano di madre, bocciato tre volte alle medie, mai con una maglietta firmata come i suoi coetanei: mi ha raccontato di non voler finire sulla strada a fare “il palo” o lo spacciatore, mi ha chiesto di aiutarlo a trovare lavoro; ha iniziato con dei lavoretti in oratorio, adesso ha un posto a Milano e gli sto vicino per la gestione della quotidianità. Storie “semplici” che permettono di capire come, insieme, si possano trovare delle soluzioni».
Cosa le manca della sua terra?
«Il mare; i suoi odori e i suoi sapori; vorrei tornare più spesso ma va bene così».
Sarebbe pronto a un trasferimento?
«Dico sempre ai vicari: l’importante è parlarsi e programmare un eventuale trasferimento, per mettere al centro la comunità, per capire il momento giusto per andare o per restare. Il don accetta e obbedisce, ma la comunità va preparata e sarebbe anche fondamentale un periodo di “affiancamento” tra chi va e chi arriva. Spesso, invece, lasciamo orfane le persone, contrariamente a quanto Gesù annuncia nel Vangelo “non vi lascerò orfani e il Padre mio manderà il Consolatore, lo Spirito Santo”. Siamo passati dall’avere sacerdoti per 30 anni nello stesso posto a continui cambi non curati. Ogni sacerdote ha la sua storia e la sua personalità e non tutti i don vanno bene per tutti i luoghi: io non potrei stare in Duomo a Milano e altri non starebbero bene a Rozzano».
Quale libro sul comodino?
«Ne ho sempre, in questo momento l’ultimo di don Alberto Ravagnani che conosco e ho letto con passione; è bello ascoltare altre voci e altri pensieri. E poi i testi di don Tonino Bello al quale mi ispiro, San Francesco. Poi la musica: V per Vangelo di Shiva, un contemporaneo De Andrè dell’album La buona novella».
Pratica la boxe?
«Non sono in grado! Mi alleno ogni tanto ma sono più bravo a organizzare e guardare».
Le hanno posto domande alle quali non ha saputo rispondere?
«Una domanda forse non detta ad alta voce, cioè “cosa sarà dopo di te?”».
Suo padre ora è contento?
«Non so se abbia cambiato idea ma per me è un grande incoraggiamento sentirgli ripetere “mi raccomando, fai bene il bene”. Mi spiace sia così lontano».
Il suo messaggio?
«Ciascuno di noi può fare grandi cose: basta crederci fino in fondo, imparare a collaborare e ad ascoltare gli altri, saper chiedere aiuto. Servono umiltà, perseveranza e fatica poi i risultati arriveranno».