L'inchiesta sulle aggressioni in corsia

Aggressioni in corsia, l’intervento del sociologo Terraneo: «Incide la frustrazione»

Individualismo esasperato e svalutazione della sanità pubblica sono alcuni elementi che rendono strutturale il grave problema delle aggressioni al personale sanitario.

Aggressioni in corsia, l’intervento del sociologo Terraneo: «Incide la frustrazione»

I dati, relativi alle aggressioni nei confronti del personale sanitario, forniscono spazio per letture diverse ma collegate, secondo Marco Terraneo, professore di Sociologia generale all’Università di Milano-Bicocca.

«I numeri ci dicono che si tratta di una vera e propria emergenza e non di elementi causali a seguito di eventi specifici in una determinata condizione. Il problema, dunque, è serio» commenta il docente che, poi, allarga l’analisi: «Vi è una crisi del patto di fiducia tra cittadini e sistema sanitario negli ultimi 20 anni, e non solo in Italia, – spiega – in quanto la salute non è più un servizio e nella mercificazione della stessa, il cittadino diviene un consumatore e quindi esigente. Se non riceve la “merce” nei tempi che ritiene consoni, può reagire, anche attraverso la violenza. Non solo, già a partire dagli anni Settanta, vi è stata una deprofessionalizzazione della categoria: non più considerata autorità scientifica ma prestatrice burocratica; si è svuotato il ruolo sociale. Il rapporto con chi, nel momento specifico, “rappresenta” il sistema sanitario cambia. Accade anche sui treni: si aggredisce il capotreno per un ritardo in quanto rappresentante dell’istituzione ferrovie».

Altra questione, centrale, è quella della contrapposizione tra pubblico e privato:

«Il pubblico è svalorizzato e visto come inefficiente per principio, ritenendo che lo Stato non lo supporti e di conseguenza è più facile riversare malumori e frustrazioni».

Nessuna visione può giustificare la violenza sia fisica sia verbale ma può supportare l’analisi per trovare soluzioni.

«Un aspetto ancora più profondo riguarda la trasformazione della nostra società – aggiunge Terraneo – in quanto si è perso il senso di comunità, esasperando l’individualismo: l’attesa dunque non è più tollerata in quanto a favore del bene di un altro componente della comunità, ma è vissuta come un’ingiustizia personale. A questo si aggiunge la crescente incapacità di gestire i conflitti, una minore attitudine a mediare: la violenza diventa quindi uno strumento quasi ordinario e immediato per soddisfare dei bisogni. Il luogo della solidarietà (e penso a una sala d’attesa di un pronto soccorso) diventa specchio dell’individualismo. Le tensioni ci possono essere e ci sono, ma occorre saperle gestire senza violenza».

Il sociologo non vede segnali che indirizzano verso un futuro ottimista, anzi:

«Ci sono interventi possibili sia per quanto riguarda la gestione della violenza, non solo in campo sanitario, e penso al grande lavoro nelle scuole. Quando, però, si prova a modificare la cultura profonda di una società i tempi sono lunghi e i processi lenti. Ugualmente se penso al sistema sanitario: senza una riforma seria e la volontà di riportare il pubblico al centro invece di considerarlo residuale, si rischia un impoverimento di risorse umane, e l’acuirsi di quella frustrazione per cui, chi non può permettersi le cure private, si sente di serie b. E se cresce la frustrazione, è anche difficile tenere a freno gli istinti che generano violenza».