Il generale bergamasco Antonfabio Bari è nato a Torino ed è figlio “d’arte” in quanto aveva un papà ufficiale di Cavalleria che gli ha “passato il testimone”.
Perché ha scelto l’esercito?
«Ho sempre vissuto in caserma con la mia famiglia e sono sempre stato affascinato dalla vita militare. Mi sono diplomato Geometra all’istituto Quarenghi di Bergamo a giugno 1984 e a settembre ho vinto il concorso in Accademia. Sono poi stato nominato Ufficiale di Cavalleria, sono andato a Caserta, poi a Pinerolo con il 1° Reggimento Nizza Cavalleria e sono molto fiero di essere stato impiegato nel gestire l’alluvione in Piemonte. Tornato a Bergamo ho realizzato l’aspirazione di comandare la brigata Legnano e poi sono entrato nello Stato Maggiore. Ho trascorso un anno a Civitavecchia per la Scuola di guerra e poi sono approdato al Comando di Milano al comando delle Forze di proiezione, quindi l’inizio di un comando multinazionale in Italia. Complessa anche la missione in Bosnia, dove rappresentavo la Nato».
Quali sono le caratteristiche necessarie per affrontare la carriera militare?
«L’Accademia è piena di ragazzi stupendi, con valori e principi saldi. Occorre dimostrare di voler bene alla Nazione e alla Patria: se manca questo, nulla può compensare i sacrifici che vengono richiesti. Prima di arrivare a dare ordini, se ne ricevono tanti! Occorrono rispetto e disciplina morale, predisposizione a compiere il bene. L’esercito è un’istituzione sana, bella, con validi principi».
Come si può rispondere al bisogno di pace se ci si prepara alla guerra?
«Posso rispondere a livello personale: non c’è miglior pacifista di un soldato perché il soldato sa perfettamente l’effetto di armi, parole e azioni. Per questo non utilizzo il termine “nemico” ma “avversario”. Vi è un’etica nel fare la guerra che oggi non riscontro in tante parole che sento. Affidare a un soldato la gestione di una missione è buona cosa, perché un soldato non agisce per interessi personali».
Ha avuto paura durante la sua carriera?
«La paura fa parte di noi: ogni volta che uscivo in missione chiamavo casa come se fosse l’ultima volta. Fortunatamente non è stato così. Soprattutto in Afghanistan era una lotteria il fatto di rientrare salvi. Bisogna, però, saper gestire la paura e dirsi che si va avanti a testa alta».
Come vive la famiglia di un militare?
«E’ un po’ militare anch’essa… Un militare lo è dall’inizio alla fine e ha le stellette sulla pelle, non solo appuntate alla divisa. Per me, è parte della mia essenza e sono fortunato perché ho potuto essere ciò che volevo. Ora al termine del servizio attivo, resto comunque a disposizione».
Come si concilia la carriera militare con la vita privata?
«Mia moglie mi ha sempre seguito in tutti i traslochi e sono stati 15 in 5-6 anni. Ho due figlie. Siamo una bella famiglia unita e siamo sempre andati avanti insieme, ma è innegabile che siano stati fatti sacrifici, anche perché ho ricoperto incarichi di grande responsabilità».
La soddisfazione più grande?
«Non una ma continuativa perché il bello della vita militare è quello di vedere come le tue parole portino a un risultato. Faccio un esempio che entra nella vita privata: mi ha telefonato una signora da Salerno, invitandomi alla festa a sorpresa per i 50 anni del marito: “E’ stato suo furiere a Pinerolo e lei è rimasto il suo mito”. Ero a Madrid, ho preso un aereo e ho partecipato alla festa. Il lavoro svolto 20 anni prima era ancora vivido e importante. E senza i “miei” soldati i risultati non sarebbero arrivati. Quindi, il mio ringraziamento va a loro».
Ha rimpianti?
«No. I momenti difficili o brutti ci sono stati, ma fanno parte della vita. Di sicuro ho commesso errori ma ho fatto tutto ciò che dovevo nel rispetto delle regole. Credo di essere un esempio per le mie figlie».
Seguiranno le sue orme?
«Mia figlia maggiore ha superato il tirocinio, ma non è entrata in Accademia e mi ha comunicato la sua decisione di non volerci riprovare. La più piccola, 16 anni, ha altri interessi».
L’incontro che le ha cambiato la vita?
«Togliendo i familiari, sono stati tanti, soprattutto dal punto di vista operativo. Ricordo la mia interprete in Bosnia e il suo racconto disperato: suo marito era stato ucciso mentre era in cucina a preparare un pasto. Non sapeva nemmeno da chi e perché. Ricordo l’incontro con i “capi” afghani per far riaprire le scuole femminili e con la diplomazia siamo riusciti a ottenere qualcosa».
Quanto conta la preparazione fisica nell’esercito?
«Ogni anno si è sottoposti a prove di efficienza fisica e non sono facilissime… E’ essenziale allenarsi e possiamo svolgere attività durante l’orario di lavoro anche se non sempre si riesce».
Esiste un gender gap nell’esercito?
«Sono stato presidente della Commissione di reclutamento e arruolavo i volontari. Una commissione tecnico-medica compiva la prima selezione. L’esercito non fa differenza tra uomini e donne per assegnare gli incarichi così come per gli stipendi. Le pattuglie in pace sono miste e si sceglie sempre in base alle capacità e non al genere».
Cosa farà ora?
«Mi piace la vita in tutti i suoi aspetti: parlare con le persone, camminare. Vorrei mettere la mia esperienza a disposizione: sono già iscritto a diverse associazioni d’Arma sul territorio. Mi sento ancora giovane e con molto da dire».
Consiglierebbe la sua carriera a un giovane?
«Assolutamente sì. Io sono stato fortunato perché ho avuto mio padre a indicarmi la strada e a spiegarmela. Molti la percepiscono come lontana e difficile ma con forte volontà e predisposizione si può arrivare a una carriera che offre grandi soddisfazioni e si vivono esperienze impensabili, da una settimana all’altra. Nessun giorno è uguale a un altro. Occorre essere consapevoli che la selezione è durissima. Bisogna iniziare a studiare presto, per essere pronti ad affrontare il concorso in Accademia ma anche, nel caso, per entrare in una università».
Ha avuto o ha un modello?
«Mio padre. Non c’è più ma sento ancora oggi le sue parole e mi tornano utili. E’ una persona che mi ha dato molto: ha indirizzato la mia vita».
Qual è il suo rapporto con la fede?
«Sono credente ma non praticante».
Quale Paese vorrebbe visitare?
«Ho viaggiato molto, soprattutto all’estero. Vorrei visitare meglio l’Italia, le regioni che non ho visitato come meritano. Sono italiano fino in fondo».
Libri sul comodino?
«Non sono uomo da romanzi, leggo molti manuali; sono curioso e mi piace imparare. Sono un uomo pratico. C’è un volume a me particolarmente caro, non solo perché regalo di mio padre all’atto della mia nomina a Ufficiale, ma anche per i contenuti che ritengo ancora oggi attuali: “L’arte del comando” di André Gavet, che sintetizza in modo efficace il valore della leadership e della responsabilità maturati nel corso della mia esperienza».
Piatto preferito?
«Una buona e semplice carbonara».
Ha difetti?
«Sì, ma bisognerebbe chiedere a mia moglie!».