I suggerimenti di Vassiliki Tziveli*

Tra reale e virtuale: identità, lavoro e nuove generazioni

*mental coach e giornalista.

Tra reale e virtuale: identità, lavoro e nuove generazioni

di Vassiliki Tziveli*

Tra reale e virtuale non esiste più una linea netta, ma una zona ibrida in cui si costruiscono relazioni, carriere, identità e dove il digitale è diventato uno spazio in cui la realtà si esprime, si moltiplica e, in alcuni casi, si trasforma.
Nel mondo del lavoro questo cambiamento è evidente: riunioni online, personal branding, networking digitale, esposizione costante. Essere presenti non significa più solo esserci fisicamente, ma saper comunicare, posizionarsi e raccontarsi anche nello spazio virtuale. È proprio qui che emerge una domanda sempre più attuale: quanto siamo autentici in ciò che facciamo e comunichiamo?
Sempre più spesso si incontrano professionisti efficienti, preparati, apparentemente realizzati, che però sperimentano una forma di disconnessione interna. Non è una questione di competenze, ma di identità ed è il segnale di un disallineamento tra ciò che si fa e ciò che si è. Il virtuale, in questo senso, è uno strumento potente ma ambivalente. Da un lato amplifica opportunità, visibilità e possibilità di espressione, dall’altro può favorire la costruzione di versioni di sé filtrate, adattate, a volte lontane dalla propria autenticità. Il rischio non è il digitale in sé, ma l’uso inconsapevole che se ne fa, soprattutto quando diventa un modo per aderire alle aspettative esterne.
Questo fenomeno appare ancora più evidente osservando le nuove generazioni. Gli adolescenti crescono immersi in una realtà in cui identità reale e digitale si sviluppano insieme, senza separazioni. Non esiste più un prima e un dopo ma un intreccio continuo. I social diventano spazi di espressione, ma anche luoghi in cui ci si confronta, ci si misura e si cerca approvazione.
Qui si gioca una partita delicata. Da una parte, il virtuale offre possibilità straordinarie di appartenenza, esplorazione e visibilità, dall’altra espone a dinamiche complesse come il confronto costante, la paura di non essere abbastanza e il bisogno di riconoscimento. Il rischio è costruire un’identità orientata più allo sguardo esterno che al sentire interno. Quando questo accade, emergono segnali sempre più diffusi: fragilità emotiva, ansia, difficoltà nel riconoscere il proprio valore al di là del giudizio degli altri.
Non è solo una questione generazionale, ma culturale, che coinvolge anche gli adulti. La vera sfida, allora, non è scegliere tra reale e virtuale, ma integrarli. Integrare ciò che si è con ciò che si mostra, la presenza digitale con la consapevolezza personale, la performance con il significato.
In questa prospettiva, il mental coaching può rappresentare uno spazio importante di ascolto e consapevolezza. Per gli adulti significa rimettere al centro la propria dimensione professionale senza smarrire sé stessi. Per gli adolescenti significa costruire basi solide per crescere in modo autentico anche in un mondo iperconnesso.
Il cambiamento che stiamo vivendo non è solo tecnologico, ma profondamente umano e forse il futuro del lavoro e delle nuove generazioni si gioca non nella capacità di essere sempre connessi, ma nel coraggio di restare connessi a sé stessi.

*mental coach e giornalista