Il commento di Stefano Ribaldi*

«Norimberga» di James Vanderbilt, un film che merita di essere visto

*autore e produttore TV.

«Norimberga» di James Vanderbilt, un film che merita di essere visto

di Stefano Ribaldi*

All’indomani della fine della Seconda guerra mondiale, con il mondo ancora sotto shock dalle devastazioni e dagli orrori, al tenente colonnello Douglas Kelley, psichiatra dell’esercito americano, viene affidato l’incarico di valutare psicologicamente alti gerarchi nazisti rinchiusi dapprima nel campo Ashcan in Lussemburgo e poi trasferiti a Norimberga, fra cui l’ex braccio destro di Hitler, Hermann Goering, subito inquadrato come un uomo carismatico, narcisista e fortemente manipolatore. Contemporaneamente gli alleati, grazie alla spinta del giudice statunitense Robert Jackson, studiano la fattibilità di un tribunale internazionale che possa giudicare i criminali di guerra: si tratta del processo di Norimberga, il primo evento giudiziario plurinazionale destinato a cambiare in qualche modo la storia.

Se il film «Norimberga», uscito nel 2025, di James Vanderbilt già sceneggiatore del film «Zodiac» di David Fincher, considera classicamente le varie fasi del procedimento, l’elemento che lo rende interessante è certamente il rapporto tra lo psichiatra Kelley e Goring, a simbolo dello scontro/incontro tra visioni del mondo, paradigmi storici e fragilità umane. L’indagine psicologica della mente malvagia del gerarca nazista dimostra così di avvicinarsi più all’analisi motivazionale di un serial killer piuttosto che al concetto di “banalità del male” del bel libro di Hannah Arendt.

Con un’impostazione rigorosa di scrittura e regia, alimentato dalla recitazione monumentale di Russell Crowe (in perfetta lingua tedesca!) ben coadiuvato da Rami Malek, nel ruolo dello psichiatra, e da Michael Shannon, in quello del giudice, il film procede inizialmente lungo due linee narrative apparentemente separate – la fattibilità del processo e il metodo psichiatrico – per poi riconnettersi nel teatro processuale, dove l’interrogatorio di Goring è mostrato come un drammatico atto unico.

La tensione è in crescendo e include gli aspetti emozionali del caso, come in una catarsi shakespeariana dalla visione dei reali e crudi filmati dei lager nazisti scoperti. Quello che rende questo film così vicino alla sensibilità di oggi è proprio la dolorosa attualità e il potente finale del film: alla provocazione utopistica del processo di Norimberga «affinché certi fatti non si abbiano più a ripetere», la dolente quanto tragica risposta proviene dallo stesso Kelley, ridotto a inascoltata voce nel deserto e condannato paradossalmente ad un destino parallelo a Goring: «I nazisti sono e saranno anche in futuro in tutto il mondo, anche negli Stati Uniti».

Per quanto per certi aspetti didattico e un po’ troppo didascalico nella narrazione, questo ennesimo lungometraggio su Norimberga è davvero un gran bel film che mantiene tutto il suo rigore sostanziale e merita di essere visto oggi e anche dalle generazioni a venire.

*Autore e produttore TV