Il caso

Morte improvvisa cardiaca: quando il cuore perde il suo ritmo e il tempo fa la differenza

Le indicazioni del professor Antonio Curnis degli Spedali Civili di Brescia.

Morte improvvisa cardiaca: quando il cuore perde il suo ritmo e il tempo fa la differenza

di Micol Baronio

Quando si affronta il tema della morte cardiaca improvvisa, il professor Antonio Curnis, direttore del servizio di elettrofisiologia degli Spedali Civili di Brescia e tra i maggiori esperti europei del settore, tenderebbe a riportare tutto a un concetto tanto semplice quanto fondamentale: il cuore non è soltanto un muscolo, ma un sistema elettrico estremamente preciso. Finché questo sistema funziona in modo armonico, il battito è regolare e il sangue viene pompato correttamente in tutto l’organismo. Il problema nasce nel momento in cui questo equilibrio si altera. Anche un’alterazione improvvisa può generare un’aritmia grave, capace di bloccare la funzione del cuore nel giro di pochi secondi, trasformando una situazione apparentemente normale in un evento drammatico. Ed è proprio questo l’aspetto che rende la morte improvvisa così difficile da accettare: può colpire persone che sembrano stare bene. Secondo la definizione internazionale, infatti, si tratta di una morte inattesa, dovuta a cause naturali, che si verifica entro un’ora dall’insorgenza dei sintomi, spesso in soggetti senza una patologia evidente. È per questo che si parla di un evento che può riguardare chiunque, compresi giovani e sportivi.
Nel suo lavoro quotidiano, il professor Curnis si confronta con numeri importanti e con una casistica estremamente ampia: un centro ad altissimo volume, migliaia di pazienti seguiti e decine di migliaia di interventi eseguiti nel corso della carriera. Un’esperienza che lo ha portato a essere tra i pionieri nell’introduzione di tecnologie innovative, come i pacemaker senza fili e i defibrillatori di nuova generazione, oltre a essere stato tra i primi al mondo a sviluppare e diffondere il pacemaker biventricolare.
Dal punto di vista clinico, il meccanismo alla base della morte improvvisa è nella maggior parte dei casi di tipo elettrico. Può essere legato a patologie già note, come l’infarto o le cardiomiopatie, ma anche a condizioni genetiche silenti, che spesso si manifestano per la prima volta proprio con un’aritmia grave. Tra queste, vengono citate sindromi come la Brugada, il QT lungo o la displasia aritmogena. Quando si verifica una fibrillazione ventricolare, il cuore non riesce più a contrarsi in modo efficace, ma entra in una sorta di movimento caotico. In pochi secondi il paziente perde coscienza e, se non si interviene rapidamente, il rischio di morte è altissimo. Ed è qui che entra in gioco un elemento decisivo: il tempo. Ogni minuto che passa riduce in modo significativo le possibilità di sopravvivenza, ed è per questo che l’intervento immediato è fondamentale.
Il professore sottolineerebbe come il massaggio cardiaco precoce, la chiamata ai soccorsi e soprattutto l’utilizzo del defibrillatore possano cambiare radicalmente l’esito di questi eventi. Proprio la diffusione dei defibrillatori sul territorio rappresenta una delle più importanti conquiste degli ultimi anni, perché consente di intervenire nei minuti cruciali che precedono l’arrivo dei soccorsi.
Accanto all’emergenza, però, esiste oggi anche una strategia di prevenzione sempre più efficace. Nei pazienti considerati a rischio è possibile impiantare dispositivi in grado di monitorare costantemente il ritmo cardiaco e intervenire automaticamente in caso di aritmia. Questi sistemi, oltre a funzionare come pacemaker quando necessario, sono in grado di riconoscere una fibrillazione e di interromperla con uno shock salvavita.
Il messaggio che emerge è quindi chiaro: la morte cardiaca improvvisa non è un evento misterioso, ma il risultato di un’alterazione del sistema elettrico del cuore. Conoscere i segnali, non sottovalutare sintomi come mancanza di fiato, palpitazioni o svenimenti e soprattutto intervenire in tempi rapidi può fare la differenza. Perché, come sottolineerebbe il professor Curnis, in questi casi non è solo la tecnologia a salvare la vita, ma la capacità di riconoscere il problema nel momento in cui si presenta.