E’ vero che il tasso di fecondità non penalizza il Nord, ma le differenze sono piccole rispetto alle altre aree geografiche italiane e occorre frenare l’entusiasmo; il dato che ha maggiore dignità in quanto solido è quello che racconta il numero di figli per donna: se fosse 2,1 ci direbbe che ogni generazione sostituisce la precedente e che saremmo stabili, ma nessun Paese europeo raggiunge quel numero. In Italia si ha 1,14 che rappresenta il minimo storico di sempre, con 1,15 al Nord, 1,07 al Centro e 1,16 al Sud. Dalla crisi economica 2009-2011 non vi è più stata una ripresa e il Covid ha decretato il crollo finale.
La lettura di Emiliano Sironi, professore associato di Statistica sociale all’Università Cattolica del Sacro Cuore e collaboratore dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo, rileva la complessità dello scenario demografico. Fino a metà degli anni Novanta il Centro e il Sud facevano più figli, l’inversione della tendenza ha gravato sulla demografia.
«Non vi è una risposta univoca rispetto alla causa di questo – spiega il docente – altrimenti avremmo una ricetta o potremmo dire che non funziona. I dati ci danno la misura del fenomeno, le spiegazioni derivano da analisi di tipo sociologico e dalla letteratura scientifica: la bassa fecondità deriva da una combinazione di fattori economici e di cambiamento dei valori e delle priorità. Nelle giovani generazioni si nota un maggiore individualismo, un maggior focus sulla qualità della vita di coppia e sulle ambizioni di studio e di carriera, accanto a una ripartizione di ruoli non più così netta. Accanto, vi è un fattore economico che parla di alto tasso di disoccupazione giovanile (soprattutto nei Paesi dell’area mediterranea), con un gap di genere ancora presente e un 15,2% di Neet (sopra il 20% al Sud). Se il cambiamento del modo di pensare avviene in maniera lenta, sull’aspetto economico si può agire in modo più rapido».
Alcune politiche a sostegno della natalità sono state messe in atto, come l’assegno unico universale, il bonus per gli asili nido o la detrazione Irpef per i figli a carico: dare fondi va bene, ma occorre anche poter spendere in servizi efficienti e fruibili e anche questo aspetto spesso risulta carente.
«Attraverso l’Osservatorio giovani dell’istituto Toniolo abbiamo chiesto ai giovani tra i 18 e i 30 anni come vedessero il loro futuro e il 40% ha risposto “incerto e pieno di incognite” – aggiunge Sironi – e questa percezione, corretta o meno che sia, influisce sul modo di costruire la propria esistenza, soprattutto per quanto concerne le scelte più definitive come quelle di avere una famiglia o dei figli». Anche perché, se un quarto delle famiglie italiane è composto da una sola persona, si impoverisce il welfare familiare e viene meno l’impianto di sostegno che poteva sopperire alle carenze di welfare totale. Se si completano gli studi più tardi, si ha un impiego sicuro più tardi, si crea una famiglia più tardi rispetto al passato, l’orologio biologico dice anche che non si ha più il tempo per generare tanti figli: «La voglia c’è – afferma il professore – le nostre indagini confermano come, in astratto, i giovani ne desidererebbero due, ma è altrettanto significativo che alla domanda “come ti vedi a 45 anni?”, il 20% risponde che non sa se avrà un lavoro. Un’incertezza che pesa».
Anche il saldo positivo sul dato migratorio è positivo (+296mila), ma non sufficiente:
«Le 144mila persone che emigrano sono comunque tante – dice Sironi – anche perché poco meno della metà dei ragazzi ha comunque l’intenzione di andare all’estero per un’esperienza più o meno duratura. E questo perché in Italia mancano occupazione sicura, adeguato salario e servizi. Vero che l’emigrazione si è ridotta di 45mila unità, ma resta un dato preoccupante».
Un dato positivo, ma che si presta a considerazioni diverse, è l’allungamento delle speranze di vita:
«84 anni al Nord e 83,7 al Sud, con una riduzione del gap di genere che arriva a 4 anni a favore delle donne. Si ha una convergenza degli stili di vita e un progresso medico evidenti. Un dato buono perché l’Italia è altissima nelle classifiche relative alla longevità, ma un dato che fa riflettere, ancora una volta, sulle conseguenze e penso ai problemi di sostenibilità economica e sanitaria di una popolazione anziana – precisa il professore – Il rischio futuro è quello di avere un figlio unico, in età lavorativa, che deve farsi carico di due genitori anziani e magari di un figlio piccolo, in un rapporto uno a tre difficile».
E il fenomeno migratorio, che può fungere da stampella, da solo non compensa. L’età media della popolazione sta aumentando, ora è 47 anni.
«Occorre pensare, forse, a strategie complessive, magari concentrandosi su uno o due obiettivi primari per investire davvero e non disperdere i fondi in mille rivoli. Non è detto che funzioni ma qualcosa deve cambiare».