Il personaggio

Luca Cena vive tra i libri antichi e li racconta

«La vera soddisfazione non è creare collezionisti, ma sapere che le persone si avvicinano ai libri. Possono leggere anche in digitale, l’importante è che leggano!».

Luca Cena vive tra i libri antichi e li racconta

Respirare libri fin da bambino, e in particolare libri antichi, lo ha aiutato a sentirli amici e compagni di vita. Il torinese Luca Cena è ora libraio e divulgatore sempre in tema di libri e libri antichi.

Cosa sono per lei i libri?

«Sono una parte fondamentale della mia vita; sono il mio lavoro, la mia professione e fonte di sostentamento, per cui provo un senso di riconoscenza nei loro confronti. Sono anche i compagni di sempre, perché i miei genitori sono librai antiquari: sia io sia le mie due sorelle siamo stati immersi nei libri, i nostri e quelli che sapevamo essere particolari. I libri, poi, sono compagni quotidiani e medicine».

Quale libro porterebbe su un’isola deserta?

«Molti variano, ma costante resta Pavese. Forse perché è legato al mio territorio e perché è sempre un aiuto».

Quale libro ora sul comodino?

«Il giorno che brucia di Bret Anthony Johnston».

Come sceglie le letture?

«Le migliori che ho fatto sono quelle che mi sono state consigliate dalle persone con cui parlo di libri. La spinta di chi è motivato a suggerirti una lettura arricchisce. Mi fido del motivo per cui giudicano valido un libro, anche se spesso non è corrispondente al mio gusto o a quello che sto vivendo in quel momento».

Che cosa si intende per “libri antichi”

«In questa categoria rientrano tutti i libri non più in produzione e questo significa che il catalogo è vastissimo. Tecnicamente sono quelli databili fino al 1899. Un libro antico è un libro che viene dal passato ed è rappresentativo della realtà in cui è nato. I libri del Quattrocento e Cinquecento sono il corpus principale di quelli che definiamo antichi. Sono capsule del tempo, testimoni storici che raccontano autori, illustratori, editori, modalità di stampa e portano all’oggi le storie delle persone di un tempo».

Quando ha capito che i libri antichi potevano essere una professione?

«Grazie ai miei genitori, ho capito presto che si poteva vivere grazie ai libri antichi, ma ho anche scelto di allontanarmi dal loro percorso. Mi sono laureato in Giurisprudenza e ho svolto un anno di pratica. Sono stato però richiamato da questo mondo dei libri antichi, non tanto per la parte commerciale ma per quella divulgativa».

E’ diventato noto grazie ai social, quale ruolo hanno per lei?

«I social sono un’opportunità divulgativa. La mia professione vira in questo ambito soprattutto per la vendita ma io mi sono staccato da quell’aspetto. In questo modo sono anche più libero, svincolato dalle logiche commerciali. Ho iniziato quasi per caso: la mia professione, con i siti e i gestionali, non ha bisogno di altra tecnologia, ma la comunicazione poteva essere intrapresa con mezzi più contemporanei. I social permettono di raggiungere molte persone».

Le divulgazioni social possono sostituire le lezioni a scuola?

«I giovani vivono sui social ed è su questo campo che si gioca la partita, ma qui si innesca la curiosità, solo in altri luoghi, come la scuola, la conoscenza diventa reale, concreta e profonda; sul web si rischia di rimanere in superficie perché non vi è il tempo per spiegare tutto. Non può passare il concetto che “bastano i social”. Certo la divulgazione deve essere fatta con serietà, può diventare intrattenimento ma anche in questo caso occorre saperlo fare bene».

Lei ha dei modelli?

«Professionalmente no, umanamente ho dei modelli che rimangono miei; persone incontrate e alcune fanno ancora parte della mia vita. Il mio dominus, durante l’anno di pratica, per esempio, per me è stato influente: severo, integro, difficile da approcciare, mi ha fornito gli strumenti per capire dove volessi andare e per trovare il coraggio di scegliere la direzione da seguire».

Si legge meno, eppure vi è curiosità rispetto ai libri: è così?

«I dati confermano un calo di lettori nonostante si stampino più libri: lo scorso anno sono stati 80mila i nuovi titoli editati. Nello stesso tempo cresce l’interesse nei confronti del prodotto, soprattutto da parte dei più giovani che accolgono volentieri le novità, sono curiosi e vedono i libri antichi quali oggetti “anomali” da esplorare con un forte fascino, ma più in generale l’oggetto libro in sé è affascinante e da scoprire».

La soddisfa questo aspetto del suo lavoro?

«La vera soddisfazione non è creare collezionisti, ma sapere che le persone si avvicinano ai libri. Possono leggere anche in digitale, l’importante è che leggano!».

Si è mai pentito di essere “tornato” ai libri antichi e di non aver continuato a praticare l’avvocatura?

«Mi trovo nella giusta dimensione. L’allontanarmi dal contesto professionale della mia famiglia è stato il passaggio necessario per ritrovarmi. Non ci sono, inoltre, percorsi universitari che preparano al mestiere del libraio antiquario e quindi si può studiare tutto. Legge mi ha fornito un metodo che utilizzo ancora oggi per essere accurato, per andare a fondo, per cercare la verità».

Va “a caccia” di libri?

«Quando sento parlare di una rarità magari la cerco per mesi, finché non la trovo o la dimentico. L’ultima caccia al tesoro è stata per la prima edizione dei Canti Orfici di Dino Campana: l’ho trovata ma era troppo cara e ho preso la terza edizione, anch’essa particolare. Ma a breve avrò un altro obiettivo. Per me non esiste un Sacro Graal nella bibliografia. Tutto mi incuriosisce, tutto mi appassiona».

Come si maneggiano i libri antichi?

«Con cura ma senza eccessiva preoccupazione. Non si usano guanti come, invece, è obbligatorio per mobili, statue o quadri. I guanti possono danneggiare pagine e legature, servono mani pulite e asciutte. Diversa è la regola per i manoscritti, per una questione di inchiostri, o nel caso di miniature su pergamena».

Sceglie località o mete di viaggio in base a ciò che legge?

«Continuamente. Sono stato in Norvegia dopo aver letto “Norwegian blues” perché affascinato dalla descrizione dei paesaggi. Gli scrittori più abili sono quelli che ti fanno desiderare di incontrare i loro personaggi e i luoghi che hanno inserito nelle loro pagine».

Le è capitato anche con il cibo?

«No. Forse col vino».

Come vede il suo futuro?

«Sempre più inserito nel mondo della divulgazione e a contatto con i giovani: è lì che trovo il senso del mio mestiere».

Quale consiglio darebbe a un giovane che vuole approcciare il suo mestiere?

«Il libraio può farlo chiunque, ma bisogna capire ciò che davvero piace: solo così si può creare valore e trovare lati nascosti della professione. Si parte dalle proprie passioni e poi, libro dopo libro, si può comporre il proprio catalogo. Ci sono librai che arrivano a 40mila pezzi; io arrivo a circa 4mila. Non essendoci studi accademici specifici, l’esperienza fa tutto, fornisce un bagaglio culturale e professionale mai completo, ma si affina la sensibilità. E poi si deve essere curiosi, sempre. Io mi appassiono a tutto, sono tanti gli argomenti che mi entusiasmano. In questo momento, per esempio, sulla scrivania ha un’edizione de Lo hobbit, un libro di Alchimia del Cinquecento e mi sta arrivando un libro di Architettura del Seicento. La fortuna più grane è quella che i libri ti portano ovunque. Non mi sento vincolato da argomenti specifici, anche se ci sono temi che maneggio con più frequenza».

A cosa non rinuncerebbe?

«Al nuoto. In generale all’attività fisica, fondamentale per l’equilibrio psicologico. E’ il momento in cui mi concentro solo su me stesso, come può esser la meditazione o la preghiera».

Ha un erede della sua professione?

«Ho una bimba di 4 anni ma è presto per dire quale strada intraprenderà. Spero si appassioni a qualcosa, non necessariamente ai libri antichi. Mi auguro possa trovare un mestiere da amare così come io amo il mio. Ci sono delle sere in cui io sono stravolto e magari salto delle pagine nella lettura della storia della buona notte: mi sono subito delle pesanti sgridate! E’ attratta dai libri come tutti i bambini e io cerco di renderglieli accessibili. Voglio che le siano familiari e che abbia l’idea che siano compagni della nostra vita, sperando di non generarle rifiuto… Poi spero rimanga una lettrice».