L'intervista

Roberto Formigoni: «Ultima chiamata per l’Europa»

«Uniti o ininfluenti. Serve una difesa comune. Guerre? Ora la diplomazia».

Roberto Formigoni: «Ultima chiamata per l’Europa»

Guerre e geopolitica sovvertita stanno determinando un mondo che non è più come l’avevamo conosciuto. Leggere e interpretare la storia e la politica di oggi è sicuramente complicato. Proviamo a farlo con Roberto Formigoni che nelle nostre istituzioni ha navigato per tanti anni e che con i Paesi del Medio Oriente ha avuto a che fare in varie occasioni, come quando, nel 1990, in veste di deputato membro della Commissione Affari Esteri, guidò a Baghdad una delegazione di parlamentari che fu ricevuta da Saddam Hussein proprio nei giorni in cui il dittatore iracheno permetteva la partenza di centinaia di ostaggi occidentali.

Partiamo dalla situazione internazionale e dalle guerre in corso, soprattutto in Medio Oriente e in Ucraina. Cosa sta succedendo al nostro mondo?

«Se ci guardiamo indietro vediamo quello che si verifica ormai da tempo: che all’arte della diplomazia e alla volontà di dialogare per trovare una soluzione concordata dei problemi si è sostituita una politica di potenza: chi è più forte si ritiene legittimato a fare qualunque cosa nei confronti di chi è più debole, secondo i suoi interessi. Il punto di partenza evidente di questo è stata l’aggressione della Russia all’Ucraina, anche se c’erano stati segnali precedenti che facevano presagire questa conclusione. Ricordiamo Papa Francesco quando parlava di “guerra a pezzi” e delle decine di guerre che ci sono in varie parti del mondo, in Africa in particolare, e di cui nessuno parla. Oggi, siamo alla guerra globale».

Nessuno si può, quindi, dire escluso?

«Basta vedere cosa succede in Iran: la guerra è tra questo Paese, gli Stati Uniti e Israele; ma anche l’Europa è coinvolta, anche gli Stati del Golfo che vengono bombardati, anche la Cina, le cui navi sono bloccate dalla chiusura dello Stretto di Hormuz. Questa guerra globale è l’esito terribile, infausto, ma prevedibile dell’abbandono della politica del dialogo e del confronto e dal fallimento dell’Onu che o sta zitto o ha una voce flebile che si limita a invocare la fine delle ostilità, ma non è in grado di mettere in campo un’azione per costringere i combattenti al tavolo delle trattative».

Anche gli italiani cominciano a preoccuparsi.

«La gente sente questi venti di guerra. Gli Stati Uniti, poi, vorrebbero coinvolgerci senza prima averci nemmeno avvisati di quello che stavano scatenando. E per quale motivo? L’Europa fa bene a dire no. Meloni fa bene a non concedere le nostre basi militari».

Ma mettiamo sullo stesso piano Trump e Netanyahu da una parte e Putin dall’altra?

«Attenzione, Putin ha cominciato una guerra senza alcun diritto nei confronti dell’Ucraina. In Iran la situazione è leggermente diversa, perché tutta la comunità internazionale dice no allo sviluppo, da parte dell’Iran, di una bomba atomica. Però erano in corso delle trattative sulla limitazione dell’arricchimento dell’uranio iraniano e sono state interrotte. L’Iran è una delle dittature più feroci che esistano e abbiamo visto, a febbraio, come abbiano sparato su cittadini inermi che chiedevano maggiore libertà. E se questa dittatura scomparisse molti trarrebbero un sospiro di sollievo. Quindi non sono sullo stesso piano. Bisogna, comunque, dire che Trump si è fatto trascinare da Netanyahu senza un piano preciso in testa e ora non sa come uscirne».

E’ ottimista o pessimista circa l’esito di queste guerre?

«E’ difficile fare previsioni e dire quale sarà il possibile esito. La speranza è che Trump faccia bene i calcoli e si renda conto che questa guerra non può vincerla. Mi auguro che questi colloqui annunciati si facciano realmente: sembra che Trump si sia finalmente deciso a mandare a trattare un esperto di diplomazia e non solo un immobiliarista come Witkoff o il genero Kushner. E glielo dice uno che aveva sperato nella vittoria di Trump perché diceva di voler riportare ordine in America, perché era contrario alla deriva LGBTQ+, alla distruzione della cultura del passato e aveva detto che non si sarebbe fatto coinvolgere in guerre come i suoi predecessori… Ma ha tradito molte delle sue promesse e anche gli americani lo stanno capendo».

Cosa deve fare l’Europa?

«L’Europa sta subendo la delegittimazione sia da parte di Trump sia da parte di Putin. Questo deve spingere l’Europa a rafforzare la propria unità. Si capisce quanto avevano ragione De Gasperi e Adenauer, non due guerrafondai, nell’invocare la costituzione della Ced, una Comunità europea di difesa, a cui si oppose la Francia. Oggi siamo davanti a un bivio: o ci svegliamo e costituiamo un’unità europea totale, anche in politica estera e allora possiamo tornare a far valere quello che siamo; altrimenti rischiamo di non contare nulla. Dobbiamo, quindi, provvedere a costituire strumenti di difesa, un esercito non per andare in guerra, ma che serva da deterrente verso chi ha intenzione di attaccarci e per far valere la nostra voce quale pacificatore importante nei confronti di chiunque, mentre adesso abbiamo una voce debole».

Ritiene che questo percorso sia realizzabile?

«Se non fa questo l’Europa sarà sempre più ininfluente e negletta da chiunque. Il vecchio detto di Kissinger, “Qual è il numero di telefono dell’Europa?”, è purtroppo ancora attuale: non abbiamo una politica comune. In questi anni l’Europa ha cominciato ad accorgersene e i rapporti affidati a Mario Draghi e a Enrico Letta dicono queste cose: ma bisogna tradurli in realtà e ad oggi nessuno dei passaggi indicati da Draghi è stato fatto».

Confida su qualcuno in particolare per realizzare questo piano?

«Confido sull’unità dei grandi d’Europa, Macron, Starmer, Gonzales, Mertz, Meloni… che trainino il resto del Continente nell’attuazione delle raccomandazioni di Draghi e nella costruzione di un’unità politica, economica e anche militare».