di Stefano Ribaldi*
Uno degli aspetti che più mi affascinano nella letteratura è la capacità di raccontare il carattere dei personaggi senza soffermarsi nel descriverli ma plasmando i loro profili attraverso lo svolgersi dell’azione.
A maggior ragione questo assume pregio nel cinema consentendo alla trama di svilupparsi senza soste con un coinvolgimento diretto dello spettatore per cercare di cogliere nelle sequenze i diversi comportamenti che disegnano i ruoli e lo spirito dei protagonisti. Vi sono attori poi che fanno della mimica la propria cifra stilistica, tracciando in maniera diretta il perimetro della propria interpretazione.
Ovviamente il regista deve esaltare quanto l’artista esprima con il proprio corpo, con i movimenti e con la voce.
Una «Battaglia dopo l’altra», il film che ha vinto l’Oscar per il miglior film all’ultima assegnazione, regia e attore non protagonista, ha nella capacità dei suoi interpreti il momento più alto. Leonardo Di Caprio, Benicio Del Toro ma soprattutto Sean Penn sono stati esecutori sbalorditivi della visione onirica del loro direttore Paul Thomas Anderson, il regista di Magnolia (e non è poco), evidenziando nel loro corpo gli aspetti grotteschi di un’America sovranista e primitiva con le sue distorte motivazioni. Penn è la caricatura del comandante Kurtz, ma di Brando ha solo l’approccio selvaggio, non l’intelligenza luciferina.
Man mano che si dipana, l’intreccio rivela amarezza e solitudine, lenita dalla violenza e da una simulata dedizione all’ideale della bandiera o della rivoluzione.
«Una battaglia dopo l’altra» è la rappresentazione di una America radicale che ha perso la capacità di mediazione sociale ed è alla ricerca di nuovi miti a cui aggrapparsi, magari un po’ sgangherati: «Sai cos’è la libertà? E’ non avere paura proprio come il grande Tom Cruise», afferma Benicio del Toro.
A cavallo fra un action comedy e un neo western, il film non è mai politicamente corretto e pone nel ridicolo tanto il neo razzismo della frangia Maga più estrema quanto l’utopia filo-anarchica che per sua stessa ammissione ha fallito nel credere di poter migliorare il mondo fra droghe, sesso e attentati.
Anderson ha saputo centellinare allo spasimo la bravura dei suoi interpreti montando in parallelo le loro storie con un ritmo sempre incalzante e barbarico esaltato da un montaggio senza fronzoli, anch’esso premiato con l’Oscar.
Fra scene straordinarie di inseguimento nelle lunghe e diritte arterie che uniscono gli Stati del Sud, emergono prepotentemente due drammi: i latinos e la loro gestione, simbolo di una nazione costruita sul sudore dei suoi immigrati ma che ora li rigetta, chiusa nella sua ricchezza egoista, e una giustizia occhio per occhio, che preferisce il ricorso alle armi alla tutela dei diritti civili.
*Autore e produttore TV