di Silviano Di Pinto*
Nelle crisi economiche il fattore decisivo è il tempo. Oggi l’Europa si trova di fronte a un nuovo shock esogeno: le tensioni geopolitiche in Medio Oriente, l’instabilità lungo le principali rotte commerciali, il rialzo dei costi energetici e l’aumento delle spese logistiche stanno già trasferendo i loro effetti all’economia reale. E, come spesso accade, a essere più esposte sono soprattutto le Piccole e Medie Imprese e le Mid Cap, che rappresentano una parte essenziale della struttura produttiva italiana ed europea.
In questo scenario, non basta predisporre misure di sostegno: occorre renderle disponibili prima che il danno si consolidi nei bilanci aziendali. Quando gli interventi arrivano tardi, la liquidità è già sotto pressione, il credito si restringe, gli investimenti rallentano e il valore economico comincia a deteriorarsi. Per questo la tempestività non è un dettaglio tecnico, ma una condizione decisiva di efficacia economica. Appare, quindi, urgente l’attivazione di un nuovo Quadro Temporaneo europeo sugli aiuti di Stato, sul modello del Temporary Crisis and Transition Framework (TCTF). Una nuova cornice consentirebbe agli Stati membri di intervenire in modo rapido, coordinato e mirato, soprattutto attraverso garanzie pubbliche sui finanziamenti, prestiti agevolati e strumenti straordinari di sostegno alla liquidità.
Le ricadute del conflitto sono già visibili sui mercati dell’energia, sulle catene globali di approvvigionamento e sulla logistica internazionale. Le tensioni nel Mar Rosso e lungo le principali rotte marittime tra Asia, Medio Oriente ed Europa stanno provocando ritardi nei trasporti, rincari nelle spedizioni, aumento dei premi assicurativi e maggiore incertezza sulle forniture. A questo si aggiunge la volatilità del petrolio e del gas naturale liquefatto, che si trasferisce rapidamente sui costi di produzione e distribuzione. Per un Paese manifatturiero ed esportatore come l’Italia, questi effetti sono particolarmente rilevanti. Le PMI e le Mid Cap, che costituiscono la struttura portante del sistema produttivo, operano spesso con margini più contenuti, minori riserve finanziarie e una forte dipendenza dal credito bancario. In una situazione simile, anche un aumento improvviso dei costi energetici, logistici o finanziari può tradursi rapidamente in tensioni di cassa, rallentamenti produttivi e rinvio degli investimenti.
A rendere il quadro ancora più delicato c’è poi un ulteriore elemento: molte imprese italiane hanno ormai saturato o quasi esaurito gli spazi disponibili nell’ambito del regime de minimis. Questo significa che una parte rilevante del sistema produttivo ha oggi margini più ristretti per accedere a nuove garanzie pubbliche, ottenere nuovi prestiti garantiti, rifinanziare debiti già contratti o sostenere investimenti urgenti in efficienza energetica, innovazione e digitalizzazione.
Per l’Italia l’urgenza è ancora più evidente anche perché il Paese dispone di strumenti pubblici che hanno già dimostrato efficacia, rapidità e capillarità, come il Fondo di Garanzia per le PMI, SACE e ISMEA. Ma senza una nuova cornice europea, questi strumenti restano vincolati a limiti non coerenti con la gravità della fase attuale.
Tra tutte le misure possibili, le garanzie pubbliche restano oggi il presidio più rapido ed efficace. Riducono il rischio per le banche, facilitano l’accesso al credito anche per le imprese più esposte e possono essere attivate rapidamente attraverso canali già esistenti. È uno strumento che traduce in tempi brevi una decisione politica in sostegno reale all’economia.
Il punto, dunque, è chiaro: nelle crisi il ritardo dell’intervento pubblico distrugge valore. Quando un’impresa perde liquidità, riduce la produzione, rinvia un investimento o peggiora il proprio merito creditizio, il danno non resta confinato al breve periodo, ma può trasformarsi in minore competitività, minore occupazione e minore capacità di innovare. Per questo un nuovo TCTF legato all’attuale fase geopolitica non dovrebbe essere considerato soltanto una misura anti-crisi, ma uno strumento di politica industriale europea. L’Europa deve agire adesso, non quando gli effetti saranno già pienamente visibili nei bilanci. Perché, nelle crisi economiche, la velocità dell’intervento non è un elemento accessorio: è la condizione essenziale per salvaguardare liquidità, investimenti, competitività e occupazione.
Credo che oggi la vera sfida non sia soltanto reagire alle crisi, ma costruire le condizioni perché il nostro sistema produttivo possa affrontarle in tempo, prima che i danni diventino irreversibili.
*Esperto in “Analisi di Bilancio, Pianificazione Finanziaria e strumenti di garanzia per le imprese”