Giacinto Fiore è cofondatore di «Intelligenza Artificiale Spiegata Semplice», la più grande community italiana sul tema, dedicata a imprenditori e manager e creatori di «AI Week 2026», l’evento che si terrà il 19 e 20 maggio alla Fiera di Rho, e che rappresenta uno dei principali appuntamenti internazionali per manager, imprenditori, professionisti e innovatori.
Come l’intelligenza artificiale ha cambiato e sta cambiando il mondo del lavoro?
«Dal mio osservatorio, che ogni giorno si alimenta attraverso la community di IA Spiegata Semplice, il podcast, la piattaforma AI Play e il confronto con migliaia di manager e imprenditori durante AI Week, vedo una trasformazione già in atto: l’IA non agisce solo come leva di efficienza, ma come amplificatore del talento umano. Il punto centrale è che non stiamo parlando solo di sostituzione di attività, ma di una nuova collaborazione tra persone e tecnologia. L’IA può alleggerire il peso dei compiti più ripetitivi e lasciare più spazio a ciò che per noi esseri umani conta di più: visione, relazione, empatia e capacità decisionale».
L’IA può rappresentare un’opportunità?
«Sì, ma a una condizione: che venga accompagnata da formazione, cultura e consapevolezza. Anche grazie al lavoro che facciamo con AI Play, dove raccogliamo contenuti e casi d’uso per accompagnare aziende e professionisti nell’adozione dell’IA, vediamo chiaramente che il mercato si sta muovendo in due direzioni. Da una parte nascono nuove professioni tecniche legate allo sviluppo e all’integrazione dei sistemi intelligenti. Dall’altra, stanno crescendo figure che si occupano di governance, sicurezza, compliance, etica e formazione. L’IA non crea dunque opportunità solo per ingegneri e sviluppatori, ma anche per manager, consulenti, giuristi, comunicatori e umanisti».
Spesso si parla di IA che va a sostituire l’attività umana: sarà questo lo scenario delineabile per il futuro?
«Capisco che il tema generi timori. Però credo che le letture più catastrofiche vadano ridimensionate. L’intelligenza artificiale non sostituirà in modo indiscriminato il lavoro umano. Piuttosto, ne cambierà il contenuto: l’IA tende soprattutto ad automatizzare compiti, non intere identità professionali. Colpisce le attività più ripetitive, mentre valorizza di più ciò che richiede intuito, responsabilità e capacità relazionale. Certo, alcune funzioni sono più esposte. Ma la storia dell’innovazione ci insegna che quando alcuni ruoli si riducono, altri nascono o evolvono. Un concetto è centrale: il rischio maggiore non è essere sostituiti dall’IA, ma da chi sa usarla meglio di noi. Oggi la vera priorità è investire in alfabetizzazione, aggiornamento e capacità di governo di questi strumenti».
In quali settori potrà incidere con più profitto?
«Soprattutto nei settori dove ci sono molti dati, processi complessi e margini di miglioramento in termini di efficienza, personalizzazione e supporto decisionale. Parliamo quindi di sanità, finanza, marketing, vendite, logistica, manifattura, customer care e pubblica amministrazione. Sono ambiti che conosciamo bene anche attraverso i casi che emergono ad AI Week, dove vediamo aziende molto diverse tra loro applicare l’IA a problemi concreti: diagnosi e supporto clinico in sanità, gestione del rischio in finanza, personalizzazione delle campagne nel marketing, previsione della domanda e ottimizzazione delle filiere nella logistica e nell’industria. Il punto, però, è che spesso nel dibattito pubblico si parla molto dei rischi dell’IA e troppo poco del suo contributo costruttivo. Non si deve trascurare il fatto che questa tecnologia, se usata bene, può rendere il lavoro più efficace e in molti casi persino più umano, perché libera tempo dalle attività meccaniche e restituisce centralità alle persone».