L'inchiesta sul mondo del lavoro

Sbocchi sicuri: il 96% dei dottori di ricerca ha un’occupazione garantita

L’elevato livello di specializzazione e le competenze di alto profilo acquisite con un dottorato di ricerca garantiscono livelli occupazionali molto elevati, sempre nettamente al di sopra della media nazionale (nel 2024, il tasso di occupazione per la popolazione tra i 15 e i 64 anni era pari a 62,2%).

Sbocchi sicuri: il 96% dei dottori di ricerca ha un’occupazione garantita

Immagine di copertina creata con AI Gemini

Se volete la certezza di trovare un lavoro, andate a chiedere ai dottori di ricerca. La recente indagine dell’Istat sugli sbocchi professionali dei dottori di ricerca rileva che circa il 96% di coloro che hanno conseguito il titolo in un ateneo italiano nel 2019 (6 anni prima) e nel 2021 (4 anni prima) risulta occupato. Di questi, il 10,4%, pur avendo conseguito sia la laurea sia il dottorato in Italia, lavora all’estero.

Per quanto riguarda la parità di genere, le donne sono la metà del totale (il 50,1%), con notevoli differenze, però, in base all’area disciplinare: sono il 64% dei dottori di area “Medico-Sanitario e Farmaceutico”, appena il 27,1% nell’area di “Ingegneria industriale e dell’informazione” e meno del 20% in quella di “Informatica e delle tecnologie ICT”.

Insomma, l’elevato livello di specializzazione e le competenze di alto profilo acquisite con un dottorato di ricerca garantiscono livelli occupazionali molto elevati, sempre nettamente al di sopra della media nazionale (nel 2024, il tasso di occupazione per la popolazione tra i 15 e i 64 anni era pari a 62,2%).

Senza dimenticare che più della metà dei dottori lavorava già al momento del conseguimento del dottorato (il 50,9% tra chi lo ha conseguito nel 2019 e il 54% per quelli del 2021) e quasi un terzo di questi continua ancora a svolgere lo stesso lavoro nel 2025. Nel 2022 lavorava il 93% dei dottori della coorte del 2021 (a un solo anno dal titolo) e il 95% dei dottori della coorte del 2019 (a tre anni dal titolo), a indicare che anche tra chi non lavora al momento del dottorato la probabilità di trovare un lavoro entro il primo anno è decisamente elevata.

La differenziazione territoriale

Come spiega l’indagine Istat, «il titolo di dottore di ricerca viene conseguito sempre più spesso negli atenei del Nord (dal 41,9% del 2012 al 47,3% del 2021), nonostante solo poco più di un terzo dei dottori (35,6% nel 2021) provenga da questa stessa area geografica (34,1% del 2012)». Chi consegue il dottorato negli atenei settentrionali, infatti, in meno del 68% dei casi proviene dal Nord, nell’8,5% dalle regioni centrali, nel 12,7% da quelle meridionali e nell’11,0% dall’estero.

E sono gli atenei del Nord quelli che attraggono di più: infatti, tra tutti coloro che cambiano regione per seguire i corsi di dottorato (e sono oltre il 40% dei dottori), la maggioranza sceglie un ateneo del Settentrione: lo fa il 44,4% di chi proviene dal Mezzogiorno (a cui si aggiunge il 43,3% che si sposta in un ateneo del Centro), il 57,2% di chi proviene dal Centro e il 71,2% di chi proviene dal Nord.

Pesa, naturalmente, anche la diversa offerta formativa. Gli atenei del Nord hanno un appeal maggiore, ad esempio, per i numerosi e qualificati corsi dell’area Stem (qui si diploma il 51,3% dei dottori Stem) e quelli dell’area Sanitaria e agro-veterinaria (46,3%), mentre negli atenei del Mezzogiorno – dove si diplomano meno di un quarto dei dottori (22,3%) – le percentuali più elevate si registrano nel gruppo Agrario-forestale e veterinario (35,6%) e in quello di Architettura e ingegneria civile (32,7%).

Va, infine, sottolineato, che dopo aver conseguito il dottorato molti scelgono di restare dove hanno studiato: nel 2025, il 39,7% vive in una regione diversa da quella di provenienza oppure all’estero. Dal Molise, dalla Basilicata e dalla Calabria i flussi di uscita sono più consistenti (quasi il 60% dei dottori se ne va), mentre le quote più basse si osservano nel Lazio (20,9%) in Lombardia (26,9%), in Emilia Romagna (27,5%) e in Toscana (28,0%).

Inoltre, tra coloro che si muovono da una regione del Mezzogiorno, il 39,1% va verso una regione del Nord, il 34,8% verso una del Centro e il 20,4% verso l’estero (solo il 5,7% si sposta in una diversa regione del Mezzogiorno). Per contro, quasi il 40% di coloro che si muovono da una regione del Nord va verso una regione della stessa ripartizione e sale al 45,9% la quota di chi va all’estero (solo il 2,3% si muove verso una regione del Mezzogiorno).