L'inchiesta sui dialetti

L’esempio della “cadrega”, dal lombardo al bagaglio culturale condiviso in Italia

Se stiamo in Lombardia, “cadrega” vale per parecchi territori da nord a sud, dalla Valchiavenna alla Lomellina, ma se ci si sposta verso est, i bergamaschi e i bresciani (spesso anche i valtellinesi) potrebbero preferire l’uso di “scàgna”, sebbene indichi più propriamente uno sgabello.

L’esempio della “cadrega”, dal lombardo al bagaglio culturale condiviso in Italia

In politica, soprattutto tra gli amici di partito, una “cadrega” non si nega a nessuno, anche se alle elezioni non si è vinto. La parola, che traduce in un generico dialetto milanese-lombardo il termine “sedia”, è ormai entrato in una sorta di bagaglio culturale condiviso in tutta la Penisola. E grazie al continuo utilizzo che i leghisti ne hanno fatto e ne fanno, ormai sta anche per “poltrona” o “seggio”, per lo più intoccabili e imperituri: si può vagamente identificare nello scranno del Parlamento o in un ruolo qualsiasi in qualche Ente pubblico o in un Consiglio di Amministrazione di una partecipata (tanto per restare nell’ambito politico).
Insomma, “cadrega” è sicuramente un termine dialettale che ha assunto un significato comprensibile a tutti (l’unico a non saperlo è forse l’Aldo di Aldo Giovanni e Giacomo nell’iconica scena dell’inganno, appunto, della cadrega in “Tre uomini e una gamba”).
Ma diventa interessante vedere come “sedia” viene tradotta negli altri nostri dialetti, non certo per convincere anche le compagini politiche locali a difendere a oltranza i loro posti: per quello, “cadrega” è già sufficiente.
Se stiamo in Lombardia, “cadrega” vale per parecchi territori da nord a sud, dalla Valchiavenna alla Lomellina, ma se ci si sposta verso est, i bergamaschi e i bresciani (spesso anche i valtellinesi) potrebbero preferire l’uso di “scàgna”, sebbene indichi più propriamente uno sgabello.
Binomio che trova uso comune anche in Piemonte, in alcune aree “cadrega”, in altre “scagna”. In Veneto la “sedia-cadrega” perde la “d” e diventa “carèga”, mentre in tante parti dell’Emilia Romagna e delle Marche la “scagna” guadagna una “r” e perde la “g” trasformandosi in “scrana”. Al Sud vince un’altra etimologia che è quella di “segg”: così è tradotta prevalentemente la sedia in Puglia o Basilicata, mentre in Abruzzo diventa “segge”, in Calabria “seggia” e in Sicilia “seja”. E come la mettiamo con la “cadira” o la “cadrea” di certe parti della Sardegna? Misteri del dialetto.