L'inchiesta sui dialetti

I Legnanesi: «Ci capiscono tutti»

La compagnia teatrale è stata fondata a Legnano nel 1949 da Felice Musazzi e Tony Barlocco e risulta essere una tra le più longeve e famose del panorama teatrale italiano; è anche l’esempio più celebre di teatro en travesti in Italia.

I Legnanesi:  «Ci capiscono tutti»

Stare insieme, parlarsi, raccontarsi storie guardandosi negli occhi, recuperare le radici, le tradizioni, la memoria. I Legnanesi lo ripetono alla fine di ogni spettacolo al pubblico che applaude e acclama. Un messaggio chiaro che arriva da loro modo di fare teatro, in dialetto legnanese, con una comicità leggera, semplice ed efficace.
La compagnia teatrale è stata fondata a Legnano nel 1949 da Felice Musazzi e Tony Barlocco e risulta essere una tra le più longeve e famose del panorama teatrale italiano; è anche l’esempio più celebre di teatro en travesti in Italia. Nei loro spettacoli gli attori propongono al pubblico figure satiriche della tipica corte lombarda all’interno della quale ruotano le vicende della famiglia Colombo formata da Teresa, donna di cortile interpretata un tempo da Felice Musazzi e poi da Antonio Provasio, la Mabilia, figlia maggiorenne e da sempre “zitella” portata sul palcoscenico prima da Tony Barlocco e poi da Enrico Dalceri, e il Giovanni, il marito di Teresa, che nel corso degli anni ha visto diversi interpreti, oggi portato in scena da Italo Giglioli.

Perché il dialetto e perché a teatro?

«Il dialetto permette di parlare a più generazioni e di mantenere vivo il legame con la cultura e le radici del territorio. A teatro rende le storie più autentiche e vicine al pubblico, ma può anche aiutare a riflettere sull’attualità. Nel tempo abbiamo imparato ad adattarlo per renderlo comprensibile anche fuori dalla nostra zona, mentre nelle repliche a Milano e dintorni usiamo un dialetto più stretto, perché il pubblico lo riconosce meglio».

Il vostro successo dura da decenni: il “segreto”?

«A Milano già vent’anni fa se non portavi ogni anno uno spettacolo nuovo, non ti prendeva nessuno: non abbiamo fatto altro che adattarci ai tempi che cambiavano. La nostra società brucia tutto in un attimo e anche la comicità è cambiata di conseguenza. E’ tutto molto più veloce e abbiamo cambiato i tempi delle battute: dunque abbiamo ringiovanito i testi e i personaggi, abbiamo un po’ “cabarettizzato” i caratteri».

Il dialetto serve “solo” a far ridere?

«Sicuramente è uno strumento molto efficace per la comicità, perché è immediato e vicino alla vita quotidiana delle persone. Ma ha anche un valore culturale: permette di mantenere vive le tradizioni e l’identità di un territorio. Allo stesso tempo può raccontare storie e situazioni in cui il pubblico si riconosce e che invitano anche a riflettere sull’attualità, pur mantenendo un tono leggero e accessibile».

Come avvicinare i giovani al teatro e al teatro dialettale?

«Per avvicinare anche i più giovani è stato necessario innovare. Se non lo avessimo fatto, probabilmente avremmo avuto sale vuote: oggi vediamo in sala famiglie intere e spettatori che partono dai quarant’anni. La costante, però, resta una comicità diretta e mai volgare».

Non solo Milano, non solo la Lombardia, superate i confini e vi fate capire e voler bene anche nelle altre regioni…

«La sfida più grande è stata adattare il dialetto, rendendolo in parte più comprensibile senza perdere le nostre tradizioni e la nostra cultura. Questo ci ha permesso di uscire dai confini regionali e di raggiungere un pubblico più ampio, evitando di “autoghettizzarci”. I nostri spettacoli funzionano perché propongono una comicità diretta e accessibile a tutti: l’obiettivo è far trascorrere al pubblico un paio d’ore di leggerezza e serenità, ed è per questo che in sala troviamo spettatori di tutte le età».