L'inchiesta sui dialetti

Davide Van De Sfroos: «Con il laghèe sono in grado di raccontare storie di vita»

L'intervista al cantautore celebre per la valorizzazione del dialetto.

Davide Van De Sfroos: «Con il laghèe sono in grado di raccontare storie di vita»

L’uso del dialetto è nel suo nome e in tutta la sua musica. Davide Van De Sfroos è lo pseudonimo di Davide Enrico Bernasconi, cantautore, chitarrista e scrittore. Van De Sfroos restituisce foneticamente in lingua lombarda l’espressione «vanno di frodo», «vanno di contrabbando». Nasce a Monza, si trasferisce a Mezzegra sul lago di Como, con il bassista Alessandro “Frode” Giana forma i De Sfroos, gruppo che comincia elaborando alcuni testi in finto inglese, italiano e lombardo nella sua variante laghée: pubblicano Ciulandàri! (1992) e Viif (1994). E’ proprio l’uso originale della variante comasca del lombardo per i testi delle canzoni a portare il gruppo verso il successo.

«Ho sempre trovato il mio dialetto una lingua interessante dal punto di vista culturale e antropologico perché spiega in maniera diretta le storie che ho deciso di raccontare – dice – Inoltre anche dal punto di vista della metrica è uno strumento eccezionale perché offre maggior flessibilità ritmica. A me l’hanno trasmesso gli anziani e tuttora nei paesi si parla dialetto. In un’epoca in cui l’italiano subisce delle forzature specialmente nel linguaggio social e giornalistico, portare avanti la tradizione dialettale mi permette di notare come anche i giovani e i giovanissimi ascoltino queste canzoni, perché permettono loro di rispolverare una lingua che hanno sempre sentito in casa. Poi magari non lo parlano per la paura di sbagliare la pronuncia: qui in Lombardia sono impietosi, se sbagli dicono “parla l’italiano che l’è mej”. Vedo che i giovani vogliono salvare una lingua che stiamo perdendo».

Il gruppo si scioglie nel ‘98 ma Bernasconi continua: pubblica libri e album; con «E sémm partíi» nel 2002 vince la sua prima Targa Tenco per il miglior disco in dialetto che vende più di 50mila copie. Con «Pica!» del 2008 arriva la seconda.

«Col passare degli anni mi sono reso conto che non eravamo in molti a fare un prodotto del genere, anche perché potrebbe essere “scomodo”, se si considera il mainstream dal punto di vista della diffusione dei brani – spiega il cantautore – Il dialetto, anche secondo moltissimi produttori, non poteva funzionare perché era relegato ad altri credi, altri tempi. Invece io mi sono accorto che il folk esiste sempre: sembra non essere mai di moda, ma non tramonta mai perché fa parte delle radici, fa parte proprio della struttura da cui è nato tutto».

Nel 2010 Davide Van De Froos partecipa al Festival di Sanremo con il brano «Yanez» che si classifica al quarto posto. Il 9 giugno 2017 canta, per la prima volta, allo Stadio di San Siro di Milano. Il 25 settembre 2020, dopo 25 anni, i De Sfroos tornano per ripubblicare il loro primo album storico «Manicomi». Davide il 23 novembre 2024 calca per la terza volta il palco del Unipol Forum di Assago con 27 canzoni in scaletta, 2 ore e 45 minuti di musica per celebrare 25 anni di carriera solista. E ora continua il tour «Davide Van De Sfroos & Folkestra 2026», nei teatri, per una dimensione più intima ma allo stesso tempo orchestrale, dove folk e sinfonia si incontrano. Un tour che sta registrando continui sold out:

«I discografici, pensando al dialetto, pensavano a quei dischi di musica popolare, da osteria. Con testi magari censurabili – precisa Bernasconi – Non si erano resi conto che invece si poteva raccontare qualcosa con una lingua fatta e finita. Che non è scurrile, non è buffa, ma, tra l’altro, essendo tronca come l’inglese, ha un suono eccezionale. Parlo di cose vere: di vita, di morte, di guerra, di pace, di amore, di tutte le leggende che possono far parte di un paese, di una terra, di un mondo. Tutto sommato li capivo anche i discografici, il mio non è un genere mainstream, non è trasmesso dalle radio, a meno che tu non vada a Sanremo o a fare la presentazione dell’album in radio. Le canzoni non sono adatte alla playlist e all’approccio fast food. Sono qualcosa che devi andare a cercare. Ma sono anche transgenerazionali perché possono piacere a bambini, genitori e nonni. Io comunque non avrei fatto marcia indietro: avevo le idee chiare riguardo a ciò che volevo fare».

E la sua carriera gli ha dato ragione. I giovani comprendono la sua arte?

«Non mancano quelli che mi hanno sentito cantare, per la prima volta, quando erano nella pancia delle loro madri e che, pur non parlando il dialetto, non vogliono perdere quella tradizione linguistica alla quale sentono di appartenere – conclude – Il pubblico non capita per caso. Chi mi conosce mi cerca e mi dimostra sempre tanto affetto».