I suggerimenti di Vassiliki Tziveli*

Quando dire “sì” agli altri significa dire “no” a sé stessi

*mental coach e giornalista

Quando dire “sì” agli altri significa dire “no” a sé stessi

di Vassiliki Tziveli*

C’è una paura silenziosa, elegante, quasi educata che non fa rumore, non urla, non crea conflitti evidenti: è la paura di deludere gli altri.
La riconosciamo nelle scelte prudenti, nei “va bene così” pronunciati con un sorriso appena teso, nei sogni messi in pausa perché “non è il momento giusto”. La vediamo negli adolescenti che scelgono una scuola per non contraddire le aspettative familiari, negli adulti che restano in lavori o relazioni che non li rappresentano più e nei genitori che si sentono in colpa anche quando fanno tutto ciò che possono.
La paura di deludere nasce quasi sempre da un bisogno profondo e legittimo: il bisogno di appartenenza. In origine, essere esclusi dal gruppo significava mettere a rischio la propria sopravvivenza. Oggi non rischiamo più la vita, ma temiamo qualcosa di altrettanto destabilizzante e riguarda la paura di perdere l’amore, la stima, il riconoscimento.
Il problema non è desiderare l’approvazione, ma dipenderne. Quando il nostro valore personale è legato allo sguardo degli altri, iniziamo a costruire un’identità adattiva, diventiamo ciò che funziona, ci modelliamo sulle aspettative, ci alleniamo a non disturbare e così, lentamente, ci allontaniamo dalla nostra autenticità.
La paura di deludere è spesso collegata a convinzioni radicate sin dall’infanzia: «Non fare arrabbiare», «Non far preoccupare», «Sii all’altezza», «Sii brava». Queste frasi diventano regole interiori che nel tempo guidano le scelte.
La conseguenza? Una vita apparentemente coerente, ma interiormente faticosa, perché ogni volta che scegliamo di non deludere gli altri, rischiamo di deludere noi stessi.
Tutto questo nel lungo periodo si manifesta sotto forma di frustrazione, risentimento, perdita di energia. A volte si chiama ansia, altre volte si traduce in blocco decisionale, in quella sensazione di essere fermi pur facendo tantissimo.
C’è una domanda nel coaching che apre spazi nuovi: «Se non avessi paura di deludere nessuno, cosa faresti?» All’inizio spesso c’è silenzio, poi emergono desideri trattenuti, confini mai messi e parole mai dette.
Non si tratta di diventare egoisti o irrispettosi, ma si tratta di imparare a distinguere tra responsabilità e compiacimento. Deludere non significa mancare di rispetto, ma accettare che non possiamo controllare le emozioni degli altri. Possiamo comunicare con chiarezza, spiegare le nostre ragioni, ascoltare, ma non possiamo vivere con l’obiettivo costante di evitare la delusione altrui.
La maturità emotiva non è compiacere sempre, ma restare in relazione senza tradire sé stessi.

*mental coach e giornalista