Il personaggio

Laura Curino: «Il teatro? Per restare umana»

Laura Curino da piccola voleva diventare attrice o giornalista. Sul palco a 3 anni «Ho lottato e studiato per rimanerci». Ha compiuto 70 anni e si racconta col cuore.

Laura Curino: «Il teatro? Per restare umana»

Laura Curino è teatro: recita, scrive, insegna, dirige. E’ teatro nel farne parte, nell’amarlo, nel sceglierlo come forma di esistenza, di comunicazione, di amore. Ha appena compiuto 70 anni e ha concluso anche il primo decennio da direttrice artistica del teatro Giacosa di Ivrea.

Cosa significa dirigere un teatro?

«Avevo un po’ di pratica con il teatro di Settimo dove si organizzava una stagione per adulti e una di teatro ragazzi, ma il Giacosa è una bella responsabilità perché si aggiunge la gestione di uno spazio storico, un manufatto bellissimo che può accogliere poco meno di 500 persone e spettacoli anche con scenografie complesse. Una città di 32mila abitanti come Ivrea può permettersi una sola replica e quindi non è semplice scegliere proposte valide, che ci piacciano, che accettino la data secca e riescano a inserirla in un segmento di tournée geograficamente omogeneo. Alcuni spettacoli che chiedono più posti li possiamo ospitare a Officina H, uno spazio più ruvido, ex Olivetti, ristrutturato che arriva fino a 900 sedute. La parte divertente è la scelta dei titoli e il criterio, il filo conduttore con cui si imposta la stagione: quest’anno è l’empatia. La parte più complessa è appunto quella di conciliare le esigenze economiche e organizzative. Io sono la direttrice artistica ma non sono sola. Il Contato del Canavese è una piccola e forte struttura che gestisce 11 teatri e ha all’interno competenze specifiche. Sono onorata di essere stata scelta perché la città mi ha dato moltissimo e io credo di restituire».

Si lavora insieme, dunque?

«A teatro la collaborazione è indispensabile e io amo il lavoro di gruppo. Non prendiamo gli spettacoli a catalogo. Ognuno di noi va a vedere, si conoscono gli artisti e si conducono trattative serrate».

Quanto influisce una logica commerciale nella scelta?

«Se uno spettacolo è brutto non si prende. Certo possono esserci cambi di cast che modificano il risultato di quanto visto in precedenza o errori di valutazione. Quando ero giovane mi è accaduto di pensare “ma perché questa cosa è finita qui dentro?” ma capita di rado. Si trova il giusto equilibrio tra proposte con nomi noti che attirano le folle e “azzardi”. L’importante è capire ciò che è più giusto per la città e il suo pubblico. Quando se ne conquistata la fiducia, partecipa. Ivrea è una città esigente, con la quale si deve essere generosi, che sa farsi incantare».

Quando ha capito che il teatro sarebbe stato la sua vita?

«Da piccolissima volevo diventare attrice o giornalista, professioni che ti portano via, che ti permettono di viaggiare anche se non sei ricca, anche se sei figlia di un operaio e di una sarta. Il mio primo spettacolo è stato a 3 anni e mi piaceva tantissimo, a 6 anni mi ero inventata un nome da giornalista Ketty Pitterson: in pratica ero già un personaggio. Mi sono infilata in tutti i gruppi di teatro della mia scuola, della città, e sul palco per il debutto serio, “L’eccezione e la regola” di Brecht, ho capito che stavo benissimo. Mi erano passate anche tutte le malattie di cui soffrivo da piccola: il teatro faceva bene anche alla mia salute. La conferma è avvenuta quando ho iniziato a studiare teatro al liceo e all’università, al di là della componente di vanità che si porta in scena. E quando non trovavo il testo giusto per me, per quel momento, me lo scrivevo. Ho unito le due professioni: ho scritto recitando. Per me fare teatro non è stato un caso, ho insistito, ho lottato. Ci vogliono talento e tenacia».

Con lei è nato anche il teatro di narrazione. Si sente più attrice o narratrice?

«La definizione l’hanno inventata i giornalisti e dal momento in cui qualcosa viene nominato, esiste. E’ stato un bene perché sono nate rassegne ad hoc e abbiamo lavorato di più. Eppure già nel teatro greco il messaggero raccontava, così come il coro, ciò che non si poteva vedere sul palco, gli excursus; la funzione narrativa quindi c’è sempre stata. Eppure quello del teatro di narrazione è un fenomeno solo italiano. Ci sono state persone che hanno voluto raccontare storie che non erano mai state raccontate e questo ha coinciso con un momento fortemente critico per il teatro: la dissoluzione dei gruppi e artisti, abituati a lavorare in gruppo, trasformati in cani sciolti. L’alternativa è quella di lavorare nelle compagnie: io lo faccio felicemente, mi diverte recitare con colleghi che a volte non conosco. Il teatro ha sempre raccontato storie, la novità del teatro di narrazione è la solitudine dell’attore che racconta il mondo con pochissimi oggetti di scena, spesso su un palco vuoto. Questo ha anche salvato tanti piccoli teatri che non possono permettersi di sostenere i costi di spettacoli imponenti e quindi restano aperti con spettacoli che costano poco e rendono tanto. Una serie di coincidenze, dunque, che hanno portato a quella tipologia. Mi piace. Non nascondo però che adoro il lavoro d’insieme e lo cerco».

Il teatro è morto, come molti ripetono?

«Lo si dice dal tempo dei greci e lo si dice soprattutto quando si manifesta il successo di un’altra arte o di un altro mezzo di comunicazione. Io dico, “sì, sì” e vado avanti. E’ ovvio che il teatro non può dimenticare di coltivarsi il pubblico e non può permettersi di rifiutarlo, come è accaduto, guardando troppo sul palco e non verso la platea. Il teatro muore quando non è sostenuto, anche economicamente, perché il teatro è fatto di persone vive che lavorano e costano. Chi non sostiene il teatro utilizzando la scusa della morte del teatro stesso è ignobile».

Ha un ruolo che vorrebbe aver interpretato o interpretare?

«Oh, sì. Elisabetta I. Simone Derai di Anagoor mi ha chiamata per il video di uno spettacolo e vedendomi abbigliata e truccata da Elisabetta I mi sono innamorata di me e ho pensato “adesso la voglio fare questa parte!” La trasformazione del sè è la nostra gioia e il nostro dolore. E’ il privilegio di poter essere tutto e se non siamo tanto contenti si va in camerino invece che dallo psicologo».

Vede nuovi talenti?

«Ci sono sempre generazioni di nuovi talenti e spero siano sostenuti: spero ci sia cura nei confronti dei giovani, altrimenti quei talenti si perdono. Per diventare attori non basta essere un po’ belli o partecipare a qualche serie tv. Come il teatro ha la funzione di richiamare all’umanità gli umani, così ha la funzione di cura verso il mondo. Questi giovani avranno buone scuole in cui studiare, buone compagnie e organizzatori coraggiosi? Lo spero».

Ha appena raggiunto un compleanno “tondo”, pesa l’età in teatro?

«Ho compiuto 70 anni il 26 gennaio. L’età non è un peso in teatro, è il cinema a essere ingeneroso nei confronti delle donne. A essere faticosa è la vita: ho assistito mio padre, morto giovane, e di notte lo vegliavo senza addormentarmi; ora che accudisco mia madre, devo organizzarmi per non addormentarmi… Il teatro non ti limita. Per me la narrazione è sempre stata sinonimo di libertà dagli stereotipi, dall’attesa di una telefonata per lavorare. Certo, da giovane ero più rompiscatole, ero un animo spaccato tra cose e decisioni. Il tempo aiuta a razionalizzare, a comprendere un po’ di più, ad accettare ciò che non ti piace. Prima ero un Orlando Furioso, ora ho imparato ad aspettare prima di arrabbiarmi molto. Il teatro, con il suo stare nel mondo e nel contemporaneo, aiuta a superare i problemi che spesso derivano dall’avanzare dell’età come l’isolamento e la mancanza di creatività. Importante è mantenersi in salute».

Sogni?

«Tanti. Continuare a scrivere, a raccontare storie, a recitare. Mi fido di chi mi guarda, di chi mi chiede di scrivere temi che sento affini e finora non mi sono mai pentita. Mi sono sperimentata in parti che non pensavo essere nelle mie corde come Calendar Girls con Angela Finocchiaro, o i quattro anni di tournée vivificante con i comici, dove lavorare con una compagnia vuol dire il lusso sfrenato di non dover fare tutto da sola. Non proietto sul palco il mio sogno ma quello degli altri: storie che chiedono di essere raccontate, non sono autoreferenziali. Faccio incontri straordinari e scopro ciò che non immaginavo. Penso al testo su Rachel Carson, la signora degli oceani, o “La lista” che illumina la storia di Pasquale Rotondi capace di salvare opere d’arte durante la guerra o “Malapolvere” che mi è stato chiesto dall’Associazione Vittime Amianto di Casale Monferrato: loro hanno creduto che potessi farcela e per questo è nato lo spettacolo».

Ha altre passioni oltre al teatro?

«Mi piacciono i giardini, piantare piante e seguirle. Un’attività solitaria che richiede silenzio, che mi permette di realizzare qualcosa di divino, un pezzetto di bellezza. E poi l’arte figurativa: quello che vedo mi nutre; cerco di non perdermi la Biennale di Venezia e Documenta a Kassel (ogni 5 anni, in Germania); uno scambio con gli altri, momenti da vivere con gli amici. Quando non riesco a praticare questi due aspetti, mi mancano e allora anche se sono in tournée strappo le erbacce dai giardini pubblici, pulisco, e in ogni tappa cerco di vedere almeno una chiesa, un quadro, un luogo, per “diventare intelligente” come si diceva una volta. Quando fai uno spettacolo vedi tutto con il monocolo e invece è utile aumentare gli stimoli, allentare la tensione verso un obiettivo che può essere ossessivo. E poi mi impegno nel praticare del “turismo teatrale”: con la scusa del lavoro si possono visitare posti, organizzare viaggi».

A chi dire grazie?

«Alle persone che annuiscono quando sentono l’affermazione “il teatro è morto” e continuano a praticarlo, a farlo, a vederlo. Non si lasciano indebolire da questa affermazione già sentita (dicono anche che l’umanità ormai sia morta con l’intelligenza artificiale…). Altrimenti anche io dovrei smettere ma non lo faccio. E’ importante continuare a essere umani e quindi artisti».