di Stefano Ribaldi*
Ricevo dal mio amico scrittore Gianni Guerrieri questa recensione del film «Un semplice incidente» che condivido con voi.
«Fin dai riconoscimenti ricevuti, La Palma d’oro a Cannes 2025 e la designazione francese per l’Oscar come miglior film straniero e come miglior sceneggiatura originale, l’11º lungometraggio del regista iraniano Jafar Panahi si presenta come una delle opere più rilevanti della stagione cinematografica la cui importanza non sta solo nell’essere riuscita a far realizzare all’autore il “triplete” cinematografico (Venezia, Berlino, Cannes) permettendogli così di raggiungere Antonioni e Altman nell’olimpo dei cineasti e neanche perché è la prima volta che l’autore torna a dirigere da uomo libero dopo anni di restrizioni e detenzioni nel suo Paese di origine, quanto piuttosto perché si configura come una vera e propria opera cerniera e simbolo della sua sontuosa filmografia.
Pur connotandola ancora una volta di una chiave politica, il regista di Teheran sceglie invece di sfumare quella meta-cinematografica che informava i suoi precedenti lavori, arretrando il proprio punto di vista e restando dietro la macchina da presa. Rinuncia così alla propria presenza dopo ben cinque titoli nei quali aveva rivestito anche il ruolo di protagonista spostando di conseguenza sull’affabulazione la vertiginosa riflessione tra realtà e finzione, che in precedenza era imperniata sul permeabile statuto di Persona/Personaggio.
In questo film la trama si sviluppa attraverso una mescolanza di toni e di registri per favorirne il continuo scivolamento dalla tragedia alla commedia, stemperando il thriller con l’inserimento di numerose gag che, in certi momenti, sembrano quasi surreali per uno spettatore occidentale.
Ne scaturisce, quindi, un’incalzante e stratificata commedia nera, sotto la quale si cela un potente apologo sulla lacerazione del proprio Paese, sulla paura e la paranoia da cui è attraversato, il cui ulteriore livello di lettura è rappresentato dall’ennesima riflessione sullo sguardo, ovvero sulle sue limitazioni e all’oscurità generata dalla sua assenza.
Un’opera come sempre levigata dalla sottigliezza della drammaturgia, di cui è protagonista un meccanico di Teheran che incontra il suo vecchio aguzzino, l’uomo che in passato lo aveva torturato spietatamente, che finisce per condurlo in una spirale angosciosa, condivisa con altre persone che, come lui, ne sono state vittime.
L’ennesima opera al presente, ma qui incorniciata da una dimensione tragicomica che Panahi sa gestire con raffinatezza e sagacia, ben orchestrandone il coro di attori, con una menzione speciale al protagonista Vahid Mobasseri, facendone deflagrare il senso nella magnifica sequenza di chiusura, destinata a rimanere dentro lo spettatore ben oltre la parola fine».
*autore e produttore tv