Rigore e umiltà che si riconoscono nella voce e in ogni parola. Dialogare con il professore Alberto Mantovani rende comprensibili anche gli aspetti tecnici di una materia complessa come l’Immunologia (con un focus pionieristico sulla relazione tra infiammazione e cancro) e induce a “fare il tifo” per la ricerca, come accade per una competizione sportiva. Nato nel 1948 a Milano, Mantovani si è laureato in Medicina e Chirurgia nel 1973. Dopo la specializzazione in Oncologia, ha lavorato in Inghilterra al Chester Beatty Research Institute di Londra e negli Stati Uniti al National Institutes of Health. E’ stato professore ordinario di Patologia Generale alla Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Milano e capo del dipartimento di Immunologia e Biologia Cellulare dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri di Milano. Il 5 marzo ha inaugurato l’anno accademico dell’Università del Piemonte Orientale con una prolusione dal titolo «Immunità e infiammazione, dal cancro alla salute globale».
C’è stato un momento che ha segnato la scelta del suo percorso professionale?
«Certo, momenti significativi del mio percorso universitario che hanno avuto un impatto decine di anni dopo. Alla facoltà di Medicina ho avuto la fortuna di frequentare il laboratorio di Patologia generale diretto da Guido Guidotti, dove si faceva ricerca di alto livello e Biologia molecolare che non era ancora molto praticata: io ero il cucciolo più piccolo di una cucciolata di giovani che avrebbero fatto bene. E poi, ho seguito un buon corso di Immunologia. Ho capito la mia vocazione alla ricerca e, come in un cerchio che si chiude, Humanitas University, Milano-Bicocca e Università degli studi di Milano hanno avviato un corso congiunto, chiamato Virgilio, per verificare se gli studenti di Medicina attuali hanno questa vocazione alla ricerca. Sono molto preoccupato su questo aspetto: abbiamo un grande bisogno di medici ricercatori».
Lavorare all’estero è stato utile?
«Londra e gli Usa sono stati fondamentali ma ho sempre scelto di lavorare in Italia per tanti motivi e sono contento che le scoperte per le quali ricevo riconoscimenti internazionali, io le abbia compiute qui; nello stesso tempo non avrei dato i contributi al progresso delle conoscenze, che mi vengono riconosciuti, se non avessi avuto quelle esperienze all’estero».
Ha mai avuto il pensiero di lasciare la ricerca?
«Il percorso della ricerca è costellato anche da insuccessi. Ricordo come, a cavallo tra la fine del secolo scorso e l’inizio del nuovo, ci fosse un grande scetticismo sulla possibilità che l’Immunologia potesse dare contributi alla lotta contro il cancro. Non ho mai preso seriamente in considerazione l’idea di lasciare e con la mia scoperta sono andato controcorrente».
Su cosa verte in questo momento il suo lavoro?
«Tradizionalmente il mio gruppo ha, fra le altre cose, scoperto geni e abbiamo avuto il privilegio di poter mettere i nomi da noi proposti nel grande libro della vita, il Dna. Ora mi avventuro di nuovo nell’ignoto. Il sistema immunitario è come una grande orchestra e noi non conosciamo tutti gli orchestrali, tutti gli strumenti, tutti gli spartiti. I geni sono come le parole e noi non conosciamo il significato del 15% di queste parole perché sono difficili. Abbiamo imparato come il risultato di identificarle si traduca spesso in benefici per i pazienti. Se si conoscono orchestrali e parole si possono sviluppare, ad esempio, nuove terapie contro le malattie autoimmuni e contro quelle infiammatorie. E poi continuo a occuparmi della prima linea di difesa immunitaria che gestisce la maggioranza delle nostre patologie. In presenza di un cancro, le cellule della prima linea passano al nemico, sono guardiani corrotti».
Infiammazione e cancro: come si può prevenire?
«Allenando il sistema immunitario. Tre i livelli: i vaccini che rappresentano un allenamento specifico. Ne abbiamo due preventivi: quello contro l’epatite B per il cancro del fegato e quello contro il virus del papilloma per prevenire il cancro alla cervice uterina, alla testa, collo e all’ano. Purtroppo molti giovani non si vaccinano contro il virus del papilloma e questo per me è motivo di grande sofferenza. I maschi si vaccinano ancora meno rispetto alle donne e dovremmo prestare maggiore attenzione alla sensibilizzazione. Tra le Regioni, alcune fanno abbastanza bene, soprattutto al Nord, anche se non quanto vorrei, al Sud molto meno bene. Nel mondo 300mila donne muoiono ancora di cancro alla cervice, in particolare nell’Africa subsahariana, eppure lo strumento per prevenire lo abbiamo: è una sfida di condivisione».
Quali sono gli altri “livelli” di allenamento?
«Vivere in un ambiente sano: l’esposizione al nanoparticolato, a esempio, attiva una risposta infiammatoria fuori controllo che può generare un cancro ai polmoni anche in chi non fuma. E poi prestare attenzione allo stile di vita: zero fumo, di qualunque tipo; cinque porzioni al giorno di frutta e verdura fresca perché sappiamo che attivano le cellule sentinella del sistema immunitario. E ancora, esercizio fisico che fa bene anche al sistema immunitario oltre che al cardiocircolatorio. Guardando i dati relativi ai bambini di oggi, nutro una grande preoccupazione: siamo il secondo peggior Paese per giovanissimi sovrappeso o obesi. Mi preoccupa il futuro della loro salute e il futuro del Sistema sanitario nazionale che dovrà gestire un carico intollerabile di patologie. Il tessuto grasso è composto anche da cellule del sistema immunitario e queste sono disorientate quando i lipidi sono in eccesso, danno quindi segnali sbagliati e aumentano i rischi per la salute. L’obesità e il sovrappeso sono una causa di cancro riconosciuta. Guardiamo quindi, ovviamente senza esagerare in senso opposto, alla bilancia e a un corretto stile di vita».
Vaccini: cosa dire alle voci contrarie?
«L’Accademia dei Lincei, di cui sono membro, ha espresso preoccupazione per la copertura vaccinale e non siamo in linea con i numeri necessari a garantire copertura della comunità. Continuano a girare bugie sul fatto che i vaccini siano causa di autismo o di infarto. Siamo preoccupati per il morbillo e la pertosse: nell’ultima ondata di morbillo il 40% dei malati è finito in ospedale e sei bambini sono morti. Dal punto di vista immunologico siamo individui unici e irripetibili ma allo stesso tempo siamo membri di una comunità. Ho dieci nipoti: con il vaccino si allacciano una cintura di sicurezza straordinaria e nello stesso tempo la allacciano ai bimbi che non possono farlo: ai bambini affetti da tumore, quelli trapiantati o con malattie congenite. E’ la cosiddetta immunità di gregge anche se il termine “gregge” non mi piace: non siamo pecore che eseguono senza sapere, siamo individui responsabili e solidali. Occorre vaccinare contro l’ignoranza».
L’intelligenza artificiale facilita la ricerca?
«Ha cambiato il modo in cui facciamo Clinica: penso all’analisi delle immagini radiologiche. Anche la Ricerca si avvale dell’IA. Studiamo la nicchia ecologica dentro la quale cresce un tumore: senza non sapremmo decodificarne tutta la complessità. Due giovani specializzandi del professor Maurizio Cecconi, responsabile delle Terapie Intensive di Humanitas, hanno espresso un pensiero che mi piace: “Speriamo che l’IA possa aiutarci nell’avere più tempo per parlare con i pazienti e con i familiari”. La tecnologia che permette di ritrovare umanità».
Lei parla moltissimo ai giovani e con i giovani, ospite nei licei e nelle università italiane, quali consigli?
«Elisabetta Sgarbi ebbe l’idea di farmi scrivere il libro “Non aver paura di sognare” e lì ho inserito una sorta di decalogo. Consiglio di vivere in una dimensione internazionale, costruire ponti di pace, imparare dai pazienti e dai tecnici (penso a “La chiave a stella” di Primo Levi), accettare di essere giudicato sempre perché “gli esami non finiscono mai”, rispettare i dati, condividere quello che si sa, migliorare il mondo attorno a noi».
E’ nell’ottica di questo ultimo consiglio che collabora con Medici per l’Africa Cuamm?
«La responsabilità sociale si applica nella ricerca, al mio quartiere di Milano, dove sono legato ad alcune associazioni, e alla salute globale. Sono tornato dieci giorni fa da un viaggio con Cuamm nella Repubblica Centrafricana. Uno dei Paesi più poveri del mondo. I veri giganti sono i medici e gli specializzandi italiani e africani. Il viaggio mi ha messo di fronte a varie dimensioni esperienziali: quella dello scandalo di trovarmi in un Paese dove quasi una mamma su mille muore di parto con il suo bambino, dove il rischio è 500 volte più alto rispetto all’Italia. Quella dell’incontro con la passione degli studenti e la voglia di imparare in condizioni difficili. Quella dell’insegnamento, dove io nello stesso tempo imparo da una prospettiva diversa. Bisogna avere l’umiltà di imparare. Faccio un esempio: ho spiegato come la febbre sia un meccanismo di difesa dell’organismo; uno specializzando mi ha riferito l’indicazione dell’Organizzazione mondiale della salute di non sopprimere la febbre sotto i 38º: non lo sapevo e ora lo insegno anche a Milano. Parlare in aula di una sepsi, o farlo quando al di là di un muro hai una bambina con sepsi causata da una lesione banale a un ginocchio, non è lo stesso. E ancora, la dimensione della medicina dell’essenziale che ti costringe a riflettere».
Le rimane tempo libero?
«Si deve trovare. Il rischio di chi è innamorato del proprio mestiere, e io sono innamorato del mio, è quello di vivere a una sola dimensione. Per fortuna ho accanto mia moglie Nicla che mi tira per la giacca e mi porta al cinema, a teatro; mi piace l’arte e sono un modesto alpinista e sciatore alpinista. Ho una grande passione per la montagna che rappresenta la grande metafora della ricerca scientifica».
Può spiegarla?
«La montagna come la ricerca è una “faccenda onesta”, non si può barare. E’ una sfida, richiede fatica. Quando sei soddisfatto per aver raggiunto una cima (e quindi un risultato), pensi subito che ce ne sono altre da conquistare. A volte si sbaglia via e occorre tornare indietro, a volte il senso di responsabilità stesso ti dice che è meglio tornare sui propri passi. Ogni insuccesso deve essere comunicato in maniera trasparente. In montagna si sale in cordata ed è come nella ricerca dove si lavora in gruppo, dove si è primi e poi si passa il testimone, si è ultimi o si sta in mezzo. Dal mio studio nel Campus di Humanitas University, quando il cielo è limpido, vedo le montagne piemontesi e aostane a cui sono molto legato e questo mi piace».
Quale libro ha sul comodino?
«Una biografia ragionata di Mario Rigoni Stern, “Un Ritratto” di Giuseppe Mendicino, regalo di mio genero Marco, racconta un uomo straordinario, un uomo di montagna, e il suo rapporto con Levi e Revelli».
Come vede il futuro?
«Sono ottimista e speranzoso. Ho avuto la fortuna di vivere vere e proprie rivoluzioni che hanno cambiato la medicina e la rivoluzione immunologica con la scoperta degli anticorpi monoclonali che ora si usano nella diagnostica e per trattare i pazienti. E ancora la rivoluzione tecnologica. Per la prima volta nella mia vita, abbiamo la speranza di poter curare qualche malattia autoimmune, non solo controllarla. La speranza è una dimensione necessaria».
Ha sogni nel cassetto?
«Non quello dell’adolescenza che mi voleva difensore nella nazionale italiana di calcio ma sogni con i piedi per terra, che fanno camminare: migliorare la terapia dei tumori con armi immunologiche e fare passi avanti con i giovani colleghi africani».
Vede degli eredi?
«Ho avuto, e ho, il privilegio di lavorare con persone che vengono da ogni parte del mondo che mi sono stati maestri, e tanti giovani che stanno dando contributi importanti. Sarei in difficoltà a fare nomi».