di Micol Baronio
L’udito non è soltanto una funzione dell’orecchio, ma un processo complesso che coinvolge direttamente il cervello e le nostre capacità cognitive. È questo uno dei messaggi principali sottolineati dal professor Domenico Cuda, chirurgo otorinolaringoiatra, professore straordinario all’Università di Parma e direttore dell’Unità di Otorinolaringoiatria dell’Ausl di Piacenza, oggi anche presidente nazionale della Società Italiana di Audiologia e Foniatria.
Secondo lo specialista, comprendere l’importanza dell’udito è semplice: basta provare a guardare un film senza audio. Le immagini restano, ma l’esperienza perde vitalità. Al contrario, ascoltare solo i suoni stimola il cervello a immaginare e ricostruire la scena. Questo dimostra quanto l’attività uditiva sia strettamente legata alle funzioni cerebrali e perché la perdita dell’udito possa favorire, nel tempo, declino cognitivo e isolamento sociale.
Negli ultimi anni la medicina ha compiuto passi enormi, soprattutto grazie alla chirurgia cocleare, una soluzione destinata alle sordità più gravi, quando gli apparecchi acustici non sono più sufficienti. L’impianto cocleare, spiega Cuda, è una vera protesi elettronica capace di stimolare direttamente il nervo acustico attraverso impulsi elettrici, sostituendo la funzione della coclea danneggiata. Si tratta di quello che viene spesso definito un “orecchio bionico”, oggi considerato uno standard terapeutico e non più una procedura sperimentale. L’intervento è mini-invasivo e viene eseguito con tecniche microscopiche estremamente delicate, pensate per preservare le strutture interne e consentire eventuali aggiornamenti tecnologici futuri.
I risultati possono essere straordinari, soprattutto nei bambini nati con sordità profonda, che grazie a diagnosi e trattamento precoci possono sviluppare linguaggio e capacità comunicative comparabili a quelle dei coetanei normoudenti. La diagnosi precoce rappresenta, infatti, un passaggio fondamentale. Gli screening neonatali oggi permettono di individuare rapidamente i deficit uditivi, intervenendo prima che la mancanza di stimoli sonori comprometta lo sviluppo del linguaggio.
Ma la salute dell’udito riguarda tutte le età. Con l’invecchiamento, sottolinea il professor Cuda, non è solo l’orecchio a cambiare: anche il cervello perde parte della capacità di elaborare i suoni. Per questo molte persone anziane riferiscono di “sentire ma non capire”, soprattutto in ambienti rumorosi. Il problema non è soltanto il volume, ma l’elaborazione neurologica del linguaggio.
Tra i disturbi più diffusi vi sono inoltre gli acufeni, definiti dallo specialista come veri e propri “fantasmi sonori”: percezioni uditive generate dal cervello quando il segnale proveniente dall’orecchio si riduce.
Non esistono soluzioni miracolose, ma approcci efficaci basati su terapia del suono e riabilitazione cognitivo-comportamentale, capaci di aiutare il cervello a riorganizzare i propri circuiti.
Un capitolo importante riguarda, infine, i giovani. L’esposizione prolungata a musica ad alto volume, soprattutto tramite cuffie e videogiochi, sta anticipando forme di ipoacusia un tempo tipiche dell’età avanzata. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha già lanciato un allarme globale su questo fenomeno.
Il messaggio conclusivo è chiaro: controllare l’udito non significa solo sentire meglio, ma proteggere il cervello e la qualità della vita. La prevenzione, la diagnosi precoce e le nuove tecnologie oggi permettono di affrontare anche le forme più severe di sordità con prospettive impensabili fino a pochi anni fa.