Forma e sostanza che si articolano con precisione. E poi, momenti in cui si apre uno spiraglio di genuinità così spontanea che si coglie un nocciolo nascosto ma reale. Lia Piano è una donna, una professionista, una scrittrice con la quale si rimarrebbe a chiacchierare per ore.
Laureata in Lettere, dirige la Fondazione Renzo Piano
Lia Piano è nata a Genova nel 1972, si è laureata in Lettere alla Sorbonne di Parigi, è la terzogenita di Magda Arduino, documentarista, e di Renzo Piano, architetto; i suoi fratelli sono Carlo, Matteo e Giorgio. Nel 2004 è tra gli ideatori della Fondazione Renzo Piano, di cui oggi è la direttrice. Nel 2019 ha pubblicato il primo romanzo «Planimetria di una famiglia felice» e nel 2025 «L’arte di attendere. Storia dei miei traslochi». “I sogni, soprattutto se molto belli, sono poco attendibili. E i risvegli possono essere bruschi.” La protagonista di questo romanzo è una donna spiritosa, che vive intensamente e che proprio per questo ha imparato che i sogni, e tra questi l’amore, riservano tante gioie quante delusioni e che bisogna maneggiarli con cautela. Lei, per esempio, sta attraversando un momento difficile: le sembra che il suo lavoro, la sua casa, il suo stesso corpo non le somiglino più e le app di dating o i consigli del chirurgo estetico hanno l’aspetto inquietante delle illusioni.
Nel 2025 è uscito il suo secondo romanzo “L’arte di perdersi”, a distanza dal primo del 2019. Con quale urgenza è nato?
«Come nascono i miei libri non l’ho ancora capito bene. E’ come seguire il corso di un fiume carsico che a un certo punto affiora in superficie e non si sa da dove sia partito. Volevo affrontare il tema dei 50 anni, un’età nuova oggi rispetto a quanto vissuto dalle generazioni precedenti. Per le nostre mamme a 50 anni la partita della vita era chiusa, oggi le donne hanno figli piccoli o vanno all’università o tutte e due le cose. Moda, chirurgia plastica e cosmetica hanno subito messo le zampe su questa trasformazione, raccontando i 50 come i nuovi 30. Questo appiattimento mi risulta antipatico e ingiusto: volevo evidenziare un periodo complesso e interessante della vita».
E’ ben presente anche il tema della casa e quello della relazione della protagonista con la madre.
«Sì. Per la mia formazione e per il mio lavoro il tema della casa mi è caro. Avevo già iniziato a scrivere della protagonista, vicina a me per età ed esperienza, ma non riuscivo ad andare avanti. Ho inserito la madre e la sua malattia: non potevo ignorarle. E poi tornare dalla madre è la forma più alta del tornare a casa. La scrittura serve anche a questo. I libri hanno poteri molteplici, almeno chi li scrive deve essere convinto che abbiano dei super poteri: di questo sono una fan. Forse sono rimasta l’ultima romantica a credere che la letteratura possa cambiare il mondo e portare alla guarigione individuale e collettiva. A mia madre non sono riuscita a dire tutto quello che la protagonista dice alla sua».
Quale rapporto aveva con sua madre Magda?
«Complicato. Magico durante l’infanzia e la prima adolescenza, poi conflittuale e competitivo, dove a essere competitive non si capisce bene se siano più le madri o più le figlie. Con la malattia e la fragilità di un genitore di solito si abbassa la guardia, il legame diventa più dolce, ma con l’Alzheimer questo “ritorno” diventa impossibile: è il tentativo di riavvicinarsi a una persona che più velocemente si allontana. Anche per questo ho scritto, per guarire alcune ferite. Del tema madre-figlia sono pieni gli scaffali delle librerie e non so dire se abbia influito l’essere l’unica figlia femmina con tre fratelli».
Tiene un diario?
«D’abitudine no, ma qualche anno fa Michele Serra mi ha consigliato di scrivere anche solo poche righe al giorno, anche senza capire il perché. Era un momento di crisi dopo il primo romanzo e mi avevano avvisato sul “terribile” secondo. E’ stato utile. Si sono cristallizzati alcuni temi che sono poi entrati nel libro. Il paesaggio, la madre, che mi stavano sfuggendo e che poi nelle pagine del romanzo si sono trasformati; ma sono iniziati lì».
E il rapporto con suo padre Renzo?
«Un padre noto è in sé una presenza ingombrante; se poi per questioni caratteriali si ha un padre come il mio che si fa vanto di questo suo essere ingombrante… E’ una lotta scherzosa il difendersi dalle sue invadenze. Le faccio un esempio: il mio primo romanzo lo ha potuto leggere con largo anticipo rispetto alla consegna. Era ambientato nella casa dell’infanzia e la sua revisione architettonica è stata un’esperienza atroce. Per lui tutto passa attraverso il filtro dell’architettura e non può esistere una misura imprecisa nemmeno nella costruzione della letteratura. Questo secondo libro, quindi, lo ha letto dopo l’invio all’editore e ha avuto da ridire ma era arginato dai tempi stretti! Mio padre è nato nel 1937 e dice di essere nell’età grande; ha una carica di ottimismo che non cessa di stupirmi, un ottimismo generale, una sua lente che non distorce la realtà ma diviene visione di indirizzo delle scelte personali e collettive».
Cosa le ha insegnato suo padre?
«Il rigore. L’amore per ciò che è fatto bene. Anche un romanzo. La commedia sembra un genere facile, ma è composta da pieni e da vuoti e richiede un lavoro disciplinato. Ognuno di noi ha dei limiti strutturali, ma ho imparato il gusto del fare bene, di fare al meglio».
Un pregio e un difetto di Lia?
«Ho un difetto micidiale: sono indecisa. E’ sfinente per me perché dietro a ogni scelta vi è un castello enorme di pro e contro e io mi perdo nei labirinti. Ed è sfinente per gli altri che forse pensano all’ambiguità mentre è fatica di sentir bussare alla mia porta tutte le possibilità, proprio tutte, e dover decidere. Mi picchierei da sola! Il pregio è lo stesso difetto ma disciplinato: penso di sapermi mettere nei panni dell’altro, di considerare le posizioni di tutti e di aver sviluppato un senso di giustizia».
Cosa rappresentano per lei Genova e la Liguria?
«E’ la terra nella quale è ambientato il romanzo, il paesaggio di quando ero bambina e del periodo più recente, in cui sono tornata a vivere. Un paesaggio che si crede perduto e che quando si riscopre, si ha anche la sensazione di non essere mai andati via. E poi ho voluto raccontare la campagna ligure, così fragile per natura e per incuria, un tratto che sta scomparendo e che tra 20 anni non credo ci sarà più. Ognuno racconta con la voce che ha e volevo anche questo».
E Parigi?
«Ho vissuto lì appena nata mentre era in costruzione il Centre Pompidou, ma non ricordo nulla. Parigi è poi stata la città della mia formazione, della crescita; vi ho lavorato moltissimi anni, ho una parte della famiglia e alcuni dei miei migliori amici. Se penso a una città che sia casa, penso a Parigi, non a Genova».
Pensa di tornare a vivere a Parigi?
«Delle mie idee non mi fido più. Nei momenti in cui ero convinta della direzione, la vita mi ha portato a cambiare. Preferisco navigare a vista. E poi il rapporto con Parigi rimane aperto».
Nel 2004 la costituzione della Fondazione Renzo Piano, di cui lei è direttrice, con sede a Genova: quali i progetti?
«La Fondazione è un capitolo importante anche nel rapporto con mio padre. Essendo per lui centrale il lavoro, con la Fondazione ci siamo detti anche ciò che non avremmo fatto privatamente perché siamo entrambi molto riservati. Di norma le Fondazioni nascono per conservare una progettualità conclusa, la nostra era l’unica in Europa ad affiancare uno studio in piena attività. Ci ha imposto riflessioni e ragionamenti: come si archivia? Come si costruisce la memoria in un processo progettuale che cambia di continuo? Come si gestisce una fondazione il cui fondatore è presente e lascia traccia e non vi è solo la lettura degli “altri” sulla sua opera? Insomma, mio padre da ingombrante qual è, è riuscito a ingombrare anche lì! (e ride, ndr). Ora siamo nel pieno di una rivoluzione perché stiamo portando a compimento un’operazione iniziata due anni fa: la Fondazione, quindi la sede e gli archivi, viene donata al Politecnico di Milano. Ancora una volta un lavoro sulla memoria, che ti costringe a proiettare su un tempo che ti trascende. Il Politecnico può garantire, meglio di private persone seppur volenterose come me, la condivisione di archivi aperti sempre e in modo gratuito, rispettando quindi la finalità per la quale la Fondazione è nata. E come 20 anni fa non avevamo esempi da cui attingere, anche ora non ci sono progetti simili. La Fondazione, poi, è in piena attività con mostre, workshop, incontri».
Se lei fosse architetto, quale opera di suo padre avrebbe voluto realizzare?
«Il Menil Collection di Houston, un progetto del 1987, dieci anni dopo il Centre Pompidou, molto diverso. Un museo dove all’interno si crea un’atmosfera di quiete e pace assoluta, una condizione assoluta che avrei voluto creare io da architetto».
E da donna di lettere, invece, quale opera le piace?
«Un’attività finanziata dall’Unesco: “i laboratori di quartieri”. Un’unità, un cubo portato nei centri storici con vari professionisti per far comprendere come si potessero recuperare i centri e guarire le case pur permettendo alle persone di rimanere all’interno. In caso di terremoto, chi lascia le abitazioni e si trasferisce altrove, non sempre torna anche a causa dei lunghi tempi di ricostruzione o risanamento. Un’idea degli anni Settanta: non ha portato alla realizzazione di edifici visibili ma esempio di tempi precorsi».
Ha delle passioni o degli hobby?
«Tornando a vivere in Liguria ho riscoperto una passione che ho sempre avuto ma non ho mai potuto approfondire: quella per il giardinaggio e la cura dell’orto. Nel fine settimana investo energie pazzesche. Lo scorso anno, poi, quando mi sembrava di poter ottenere buoni frutti, è arrivata la grandine e non ho raccolto nulla. Questo corpo a corpo con gli elementi mi tiene ancorata alla realtà, è una lezione che insegna quanto poco contiamo».
Come si vede tra 10 anni?
«Oh mamma, non lo so. Se i 50 sono i nuovi 30, come saranno i nuovi 60? Non ne ho idea ma ci penserò».
Il sogno nel cassetto?
«Per me era la scrittura. Quando da ragazzina ho iniziato a leggere con consapevolezza, cioè quando ho smesso di mettere solo in fila le parole ma ho compreso davvero la magia del racconto, mi si è aperto un mondo e ho pensato “voglio fare questo”. Mi sono presa molto tempo perché ho fatto altro, ho aspettato la storia giusta. Il mio è un sogno fuori dal cassetto».
E’ pronto il terzo libro?
«Non ci ho ancora pensato ma non possono dirmi che sia più difficile del secondo! Sono ottimista».
Cos’è per lei la felicità?
«Un grande mistero in generale e un mistero nella propria vita. Se guardo indietro, ci sono momenti in cui avrei potuto essere molto felice e non lo ero, altri in cui tutto era un caos ma vi era una luce ostinata che brillava. Credo di essere felice quando sono più vicina alla mia natura profonda, che cambia e si aggiusta nel tempo. Tutti abbiamo un versione più pubblica di noi stessi e una più nascosta: io sto bene quando sono connessa a lei».