«Ho accettato di dirigere l’opera perché è firmata da una regista bravissima, non perché è mia figlia»: il maestro Riccardo Muti ha commentato così il suo torna a dirigere l’Orchestra e il Coro del Teatro Regio di Torino per la quarta volta in cinque anni. «Macbeth» di Giuseppe Verdi, melodramma in quattro atti su libretto di Francesco Maria Piave e Andrea Maffei dall’omonima tragedia di William Shakespeare, ha registrato il tutto esaurito. La regia è stata firmata, appunto, da Chiara Muti. «Mi chiedono sempre di parlare de ‘i Muti’, della famiglia… ma che squallore! Ho chiamato Chiara perché ha studiato canto, danza, musica con maestri di alto livello, ha molti dei miei difetti e c’è simbiosi tra noi, ma non significa che io abbia imposto la regia – ha spiegato il padre Muti – Non è un rapporto padre-figlia che portiamo in scena, ma tra direttore e regista. Non esistono gli “yes, sir” tra noi e abbiamo anche degli scontri. Ho amato le cose che ha fatto, come il Don Giovanni e questo Macbeth che propone una nuova lettura: le regie stanno diventando un perno importante. E io sono tornato a Torino con una bravissima regista, che ha lavorato per far emergere una chiave molto introspettiva dei personaggi. Uno spettacolo intenso e potente che ha molto da raccontare, ancora oggi». Muti figlia è orgogliosa: «E’ sempre meraviglioso lavorare con mio padre, perché dà una forza espressiva e una poesia al lavoro uniche, con un carisma incredibile. E’ il motore portante su cui noi ci fondiamo».
Muti ha dedicato tutta la sua vita al teatro e conosciuto i più grandi registi: «Cerco di riaffermare il valore culturale dell’opera italiana, non come intrattenimento ma come forma d’arte di altissima fattura. Mi dà sui nervi vedere l’opera di Verdi popolare indicata come quella del zum-pa-pà! L’atteggiamento del pubblico è diverso nell’ascolto di Mozart; quando va in scena Verdi si attende l’acuto, si ascolta il tecnicismo puro e io lo trovo un insulto alla nostra cultura. Ormai dirigo quasi solo più all’estero e con poche Orchestre: Vienna, Londra, Berlino e Chicago. A volte esco a Chicago con una temperatura di 30 gradi sotto zero, ma quando passo davanti all’Art Museum e vedo scolpiti nella pietra Michelangelo e Raffaello… mi passa il freddo». A Torino il maestro torna volentieri, perché ha trovato un teatro «in ottima forma, ben guidato, con una buona orchestra volenterosa e un coro altrettanto valido. Siccome io non ho 30 anni e non devo farmi un nome, se dico questo è perché riconosco che il Regio è un teatro importante e sono molto soddisfatto delle prove e del lavoro. E poi (scherza: ndr) il personale è di una gentilezza… molto piemontese». Sulla città si rifà a qualche aneddoto storico che fa sorridere: «I Piemontesi hanno invaso anche il Regno borbonico… e io sono napoletano! Ma hanno portato anche all’unificazione di questo grande Paese quindi, con qualche riserva da meridionale, sono anche grato». E ha qualche critica: «Mi piace Torino, è una città ordinata ed elegante ma ha troppe scritte sui muri, troppe. Girando il mondo vedo la differenza: a Tokyo, a esempio, non ne esiste nemmeno una. E poi (sorride) è pericolosa: a Torino c’è anche troppa cioccolata, e uno non è che si può sottrarre».
Muti è diventato ancor più piemontese il 4 marzo, quando ha ricevuto la cittadinanza onoraria di Novara.
In cartellone
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Il maestro va in scena con la figlia regista.