Il personaggio

L’intervista a Marco Baliani: «La mia vita dalla fame al palco»

«Tra 20 anni mi vedo azoto e fosforo. Avendo deciso di farmi bruciare, spero di essere una cenere ricca e produttiva. Quello che resta è poi la memoria. Anche tra 10, fatico a vedermi con la creatività di ora; ma tra 5 sono ancora sul palco. Sempre. La fine di Molière è il sogno di tutti gli attori; magari mi inventerò qualcosa a tema...».

L’intervista a Marco Baliani: «La mia vita dalla fame al palco»

Un narratore, un artista, un uomo di teatro, di cinema, di letteratura. Marco Baliani è nato a Verbania nel 1950 e porta il lago dentro, così come tutta la cultura e la sapienza che ha costruito nella sua lunga carriera. Generoso nel raccontarsi, nel divagare, nel ritrovarsi. Ogni tanto si permette di ridere e sorridere mentre spiega se stesso, la sua poetica, un pezzettino di mondo e continua a salire sul palco dei teatri italiani con i suoi spettacoli.

Quali libri ha sul comodino?

«Non è più un comodino ma uno scaffale dove conservo i “libri del mio giardino” come Moby Dick di Melville, Lo straniero di Camus, La via della fame di Okri, Pinocchio di Collodi, tutto di Pasolini, McCarthy, Faulkner. Ci sono libri che non se ne vanno e altri che si alternano. Ci sono i libri che studio per realizzare un nuovo spettacolo e testi guida che mi aiutano a formulare un percorso di parole. La mia scrittura arriva molto dopo».

In questo momento, è nei teatri anche con “Quando gli Dei erano tanti” dedicato alle scritture di Roberto Calasso: come è nato e quale la chiave del racconto?

«Non ho iniziato con la decisione di raccontare il mito di Atteone (giovane cacciatore, sorprende la dea Diana mentre fa il bagno: la divinità in un moto di rabbia lo trasforma in un cervo ndr). Nasce dal desiderio di intrecciare quelle narrazioni mitiche che nel tempo sono affiorate sulla superficie del mio mare e che stanno lì come isole su cui è sempre possibile tornare ad abbeverarsi e nutrirsi. Ogni mito racchiude altre strade, un susseguirsi di rimandi, di crocicchio in crocicchio, verso altre mappe immaginative, mappe che si possono percorrere. Il racconto apre anche a pensieri imprevisti, a sorprese della percezione, che riguardano il nostro presente, che rimettono in gioco la memoria e allacciano il racconto ad altre narrazioni, a incontri con altre opere, in un dialogo con altri artisti».

Cosa le piacerebbe che il pubblico capisse?

«A saperle ascoltare, ci sono voci antiche che ci parlano. Sono ancora lì a ricordarci del tempo in cui il frondire delle foglie aveva una voce, un ascolto e una necessità. Mi piacerebbe con questo spettacolo ritrovare quell’ascolto».

Come passa dall’idea alla messa in scena?

«La mia oralità necessita di uditori. Le persone che ho di fronte, prima fra tutte mia moglie Maria Maglietta, mi aiutano a dipanare ciò che dico, a trovare un limite. Si tratta di un lavoro lungo che non si esaurisce con il debutto. Continuo a prendere appunti, a farmi domande, per capire se si può “saltare” qualche riga, se si può modificare. Non si deve tenere tutto per forza, qualcosa va e viene e non si usa sempre. Se raccontassi solo il mito di Atteone o di Cadmo e Armonia basterebbero pochi minuti, il “problema” è ciò che succede in mezzo: come si inseriscono Rilke, Leopardi, Pavese, Conrad, che sono esattamente quello che serve in quel momento, senza pre condizionamenti».

I temi diventano quindi molteplici?

«Si parte dal mito per parlare di ecologia, di scrittura, di eros, di coppie, di relazioni, di nascita dell’alfabeto. Tutti temi attuali, così come è attuale il tema che tratto nello spettacolo con Maria e mio figlio Mirto, dove la mia figura viene soppiantata da una gabbia sonora, dove luci e suoni creano lo spettacolo, e dove trattiamo la storia di un uomo che vende la sua ombra al demonio in cambio di potere. Quanti lo fanno anche oggi, in una società di x-factor… poi però si pagano le conseguenze».

Il teatro è vivo?

«Già 50 anni fa sentivo ripetere come ormai il teatro fosse morto e la parola soppiantata, ma penso a “Immaginazione morta immaginate” di Beckett, come già l’atto di immaginare la morte dell’immaginazione la renda viva. La narrazione resterà nel tempo perché siamo nati con la narrazione: l’homo sapiens, le tribù, le città, le guerre. Non morirà l’idea della narrazione orale perché è fondamenta dello stare insieme. Un giovane può stupirsi di essere rimasto ad ascoltare un’ora e venti minuti di narrazione a teatro, ma se accade è perché vi è qualcosa nel Dna che ci riconduce a quell’oralità antica, diversa dalle logiche dei social».

Come sceglie le storie che racconta?

«Difficile dirlo. Sono forme di intuito che aleggiano, cose che si hanno dentro. Faccio spettacoli che partono da una necessità, da una motivazione interiore, dalle mie contraddizioni, i miei abissi, dalle storie della mia vita. Non ci sono ricette segrete, non “mi piovono idee” come è accaduto a Geppetto con Pinocchio».

Quale differenza tra attore e narratore?

«Un attore interpreta il testo scritto e aderisce al personaggio, ne entra nella pelle e non “inventa” un testo, se non in casi di improvvisazione. Un narratore parte dalla forma orale e mi piace lavorare così, anche con i giovani».

Un mestiere che consiglia a loro?

«Chi esce dalle scuole di teatro è pronto a sgomitare per ottenere una parte. Io lavoro in un altro modo, credo che solo dalle relazioni nascano le cose, non dal singolo e dall’ego. L’interpretazione, il racconto, l’oralità per i giovani restano esperienze memorabili e poter trasmettere il sapere è molto bello. E’ proprio un’altra logica: non si lavora per vincere ma per costruire. Dalla tradizione si ricava quasi tutto ma non è un museo: serve capire quello che è successo in quanto dalla conoscenza deriva il nostro futuro. Ai ragazzi chiedo quanti spettacoli abbiano visto perché se vuoi fare teatro non puoi non andarci. Uno spettacolo può annoiare, non piacere: tutto è possibile però sempre vale la pena esserci stati. La formazione ha a che fare con lo spirito. Dalla scuola materna in poi bisogna imparare a sentire, non solo capire. Siamo in una società di specializzati invece dovremmo essere più nomadi. Educare, da ex duco, vuol dire proprio non stare fermi ma scoprire mondi nuovi, anche pericolosi e oscuri, perché chi non è oscuro?».

E’ nato a Verbania, quanto porta con sè le sue radici?

«Quando sono nato, Verbania era ancora in provincia di Novara, che per noi del lago era la metropoli lontana. La popolazione lacuale è chiusa, malinconica, spaventata da ciò che sta fuori, eppure su quel lago sono nati Rodari e Dario Fo, il festival diretto da Dacia Maraini e i sacri monti. Forse perché si ha voglia di allontanarsi e affrontare il mondo con altri occhi. Vi è un genius loci forte. Anche uno dei romanzi che ho scritto, “La pietra oscura”, pur senza specificarlo, tratteggia i paesaggi da Fondotoce a Ghiffa».

La sua è una famiglia d’arte.

«Con Maria abbiamo creato tutto quello che si poteva creare insieme, fin dall’inizio. Mio figlio Mirto ha iniziato con la grafica, poi è stato attratto dalla composizione e dalla coesistenza di più linguaggi. La nostra famiglia è luogo di fermento nell’essere aperta al mondo. Questo ci ha permesso di affrontare le fatiche che ci sono state e ci sono. Mi ricordo bene la fame degli anni Settanta, quando ho imparato a chiedere i soldi per strada indossando un naso rosso. E’ stata la gavetta e ho fatto tesoro di tutte le esperienze. E fino all’86 ho lavorato con bambini e ragazzi, le persone giuste e più sagge per giudicare uno spettacolo. E’ un grande pubblico quello dei fanciulli».

Cosa pensa delle nuove generazioni?

«Non sono un pessimista, guai a non avere speranza. Certo, non si possono negare le criticità, ma il problema è politico, la società in declino. Viviamo in una oligarchia non in una democrazia, dove pochi posseggono ricchezze esorbitanti a fronte della maggioranza che non arriva a fine mese. Aumentano le disuguaglianze e aumenta la frustrazione. E’ facile cadere nel vittimismo o nella rabbia che si trasforma in violenza. O si fugge all’estero o le prospettive sono poche. Ecco, questi sono grandi temi, anche da trattare a teatro».

Come si vede in futuro?

«Tra 20 anni mi vedo azoto e fosforo. Avendo deciso di farmi bruciare, spero di essere una cenere ricca e produttiva. Quello che resta è poi la memoria. Anche tra 10, fatico a vedermi con la creatività di ora; ma tra 5 sono ancora sul palco. Sempre. La fine di Molière è il sogno di tutti gli attori; magari mi inventerò qualcosa a tema…».