L'inchiesta sul rischio idrogeologico

L’intervista al climatologo Luca Mercalli: «Il problema è l’eredità urbanistica»

«Che a Niscemi quelle case fossero costruite su una frana si sapeva, ma non c’è stata la prevenzione necessaria. Alcune attività hanno aperto l’anno scorso, quando in realtà quelle erano case da abbandonare».

L’intervista al climatologo Luca Mercalli: «Il problema è l’eredità urbanistica»

«Che a Niscemi quelle case fossero costruite su una frana si sapeva, ma non c’è stata la prevenzione necessaria. Alcune attività hanno aperto l’anno scorso, quando in realtà quelle erano case da abbandonare».

Così il climatologo torinese Luca Mercalli interviene sul rischio idrogeologico e sull’episodio di cronaca che ha scosso l’Italia intera, ma che è solamente il più recente di una serie di eventi estremi che interessano tutto il territorio.

Quali sono le cause di questa problematica?

«Sono tre i fattori che giocano in questa situazione: – spiega Mercalli – il primo è lo storico degli eventi. Le frane ci sono sempre state e sempre ci saranno, su questo non ci piove. Il primo ingrediente è derivato dalla geologia e dalla meteorologia: parlando di frane e alluvioni si ha dissesto idrogeologico, è così e basta. L’altro ingrediente riguarda uno sviluppo urbanistico che 50/60 anni fa è stato selvaggio. Con il boom economico nel nostro Paese si è costruito in zone dove forse era meglio non farlo. Aree rurali che sono state urbanizzate, esponendo la popolazione a questo rischio. Ora è difficile che vengano rilasciate delle autorizzazioni a costruire ovunque ignorando completamente il rischio ambientale e idrogeologico. La terza delle situazioni di partenza è quella più recente, ed è il cambiamento climatico. Le piogge intense stanno diventando più frequenti ma non sarebbe giusto dire che succede per il cambiamento climatico, sarebbe potuto accadere comunque ma con meno danni».

Quanto pesa l’eredità urbanistica dei luoghi?

«Il Nordovest con le sue montagne è per la sua morfologia un po’ più esposto al rischio idrogeologico, ma pensiamo a Genova: è l’esempio più lampante di questa situazione. E’ una città di montagna esposta al mare e alle precipitazioni, con 600mila persone che vivono su un territorio fragile. Fino agli anni precedenti al boom economico dell’Italia gli abitanti erano di molto inferiori, in quel senso il rischio era minore. Grazie alle cartografie delle inondazioni oggi è possibile prevedere quali saranno le zone a rischio in caso di alluvioni, ma non si può andare da milioni di persone e chiedergli di trasferirsi dalle case costruite magari dai loro nonni, non sarebbe fattibile. Allora rimane l’accettazione del rischio».

In che senso? E cosa si può fare per evitare rischi?

«Si parla di accettazione del rischio attiva, ad esempio facendo educazione con la protezione civile. La cosa importante è salvare vite, fare in modo che le persone in caso di disastro si mettano in salvo. Nei territori di Lombardia, Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta abbiamo le agenzie Arpa che lavorano bene, monitorando i più lievi movimenti delle frane storiche (ad esempio a Courmayeur se i ghiacciai a monte dovessero dare il minimo segno di cedimento suonerebbero le sirene per evacuare la popolazione), mentre per mettersi in salvo dai nuovi fronti di frana ci sono le previsioni meteo a 24 ore, che ti dicono che domani c’è l’alto rischio di dissesto, proprio per mettersi in salvo. Poi durante un evento estremo è impossibile evitare al 100% i rischi, si pensi ai grossi massi che sono atterrati o sulle auto o addirittura nelle case, ci si può fare poco in quel caso».

Molto fanno prevenzione e consapevolezza

«C’era stato un caso da manuale proprio a Genova: una palazzina intera costruita sul Bisagno che era stata evacuata. In quel caso avevano provveduto a pagare altre sistemazioni perché lì non si poteva proprio stare, ma non è possibile farlo in ogni area a rischio. Non si possono smontare intere aree residenziali: oltre ai residenti che si arrabbierebbero ci sarebbe anche il problema dei costi. Lo Stato non può arrivare a rifondere tutti, per questo c’è il tema delle assicurazioni catastrofali che sono ancora poco praticate. Più aumentano le persone aderenti, maggiore sarà la possibilità di stanziare risorse in caso di danni da eventi estremi. E’ chiaro poi che in caso di allerte meteo non si possono sfollare milioni di persone, ora ci si limita a chiudere le scuole. In linea generale però nei territori del Nordovest ci sono delle istituzioni che hanno ben presente il problema e che lavorano bene».