«Non siamo contrari a una legge sui caregiver, ma deve essere una legge giusta». Lisa Orrico è referente per il Piemonte di Cfu cioè Caregiver familiari uniti che conta 25 referenti regionali e che di recente ha presentato a Roma, in conferenza stampa alla Camera dei deputati, una proposta per il riconoscimento giuridico, economico e sociale della figura del caregiver familiare.
«Il lavoro di cura è molto pesante a prescindere dal reddito – afferma – Io ho una bimba di 6 anni e mezzo, Simona, da accudire e non ho feste, non ho vacanze, non ho notti libere. E sono mamma caregiver di una bimba affetta da una malattia genetica. Ci sono figli minorenni che devono occuparsi di genitori disabili, ci sono caregiver che hanno bisogno di lavorare e pagano una badante, ma quando tornano a casa devono ancora accudire: tutte criticità di cui occorre tener conto. Per questo, per mesi, abbiamo raccolto dati e informazioni da un campione di mille famiglie. Non abbiamo un partito alle spalle, non siamo professionisti; ma chi meglio di noi può sapere? Le grandi associazioni si sono sedute al tavolo del ministro Locatelli, ma il risultato non coinvolge i caregiver: è il momento di far sentire la nostra voce».
Un caregiver familiare che presta assistenza continuativa senza possibilità di conciliare un lavoro esterno, secondo Cfu, è indispensabile che venga riconosciuto come lavoratore con una retribuzione adeguata, una contribuzione previdenziale piena e l’accesso a tutte le tutele previste per ogni lavoratore.
«L’Isee si dimostra uno strumento inadeguato e discriminatorio per valutare le condizioni del caregiver familiare H24 – si legge nel documento presentato – poiché non riflette il carico assistenziale, economico e sociale sostenuto».
Anche chi ha un’attività lavorativa deve essere tutelato, con la possibilità di scegliere la sede di lavoro, il diritto allo smart working senza limiti settimanali, contributi. Il documento analizza tutte le “tipologie” di caregiver per indicarne le necessità e i provvedimenti necessari.
I dati raccolti parlano chiaro: il 57% del campione non ha la possibilità di avviare un’attività lavorativa oltre alla cura; all’interno di questa percentuale, il 61,9% ha dovuto abbandonare la propria professione, il 28,2% non ha mai potuto accedere al mondo del lavoro e solo il 9,8% è in pensione. La cura, dunque, non è temporanea ma condizione permanente. Il 59,1% dei caregiver H24 dichiara di non beneficiare di alcun sostegno mensile e questo significa assenza di reddito. Ma, anche quando il contributo esiste risulta largamente insufficiente: il 56% riceve un sostegno fino a 100 euro al mese, solo l’8,9% arriva a 700 euro. Tra coloro che hanno dichiarato di avere difficoltà economiche, il 45% non riesce a pagare le bollette, il 33,4% è stato costretto a vendere oggetti di valore e il 21,6% ha dovuto rinunciare al riscaldamento: il caregiving, quindi, produce povertà.
La maggioranza dei caregiver ha un’età compresa tra i 36 e i 55 anni (oltre il 60%), una quota significativa tra i 56 e i 65 anni: si tratta, quindi, di persone nel pieno dell’età lavorativa e contributiva. A questo si aggiunge una forte disuguaglianza di genere: secondo Cfu l’89,3% è donna. L’associazione ha già organizzato un falsh mob virtuale: «Non ci fermiamo – conclude Orrico – organizzeremo manifestazioni e momenti di sensibilizzazione».
L'inchiesta sui caregiver nel Nordovest
Lisa Orrico di CFU Piemonte: «Vogliamo una legge giusta: non può essere basata sull’Isee»
Lisa Orrico è referente della realtà Caregiver Familiari Uniti (CFU) del Piemonte, ed è intervenuta alla Camera.