La cura è donna. Non si tratta di propensioni caratteriali o cromosomi ma i dati parlano chiaro: è la componente familiare femminile a occuparsi dell’accudimento; sia esso nei confronti degli anziani o dei bambini.
La cura è donna e aumentano gli anni da dedicare
A documentarlo è anche uno studio Age-It che evidenzia l’aumento degli anni di caregiving e la disparità di impegno tra uomini e donne: dei 13,5 milioni di persone che, in Italia, ogni giorno si dedicano a cure e supporto di familiari, amici, vicini di casa, la maggioranza (il 70%) sono donne che dedicano il 30% del proprio tempo rispetto al 20% degli uomini. Lo studio realizzato dalla professoressa Cecilia Tomassini (Università del Molise) ha elaborato il Care involvement life expectancy (Cile), un indicatore che misura gli anni di vita dedicati alle attività di cura, mettendo in luce e l’aumento della porzione di vita dedicata all’aiuto e forti disuguaglianze di genere. E’ in grado di misurare, rispetto all’aspettativa di vita, quanti anni ognuno di noi trascorrerà in condizioni di caregiving. Al crescere della speranza di vita, aumentano anche gli anni di caregiving, ossia gli anni che trascorreremo prendendoci cura di chi ha bisogno di assistenza.
«I risultati mostrano come il caregiving costituisca una componente sostanziale della vita adulta – dice Tomassini – L’indice Cile dimostra come all’aumento dell’aspettativa di vita corrisponda anche l’aumento degli anni dedicati al caregiving. Inoltre persistono marcate disuguaglianze di genere: le donne sono destinate a trascorrere una quota significativamente maggiore della loro vita adulta fornendo cura non retribuita».
L’Indice infatti mostra per uomini e donne un andamento simile lungo l’età, con un aumento nelle età giovani-adulte, un picco nella mezza età e una diminuzione in età avanzata. A tutte le età, tuttavia, le donne presentano valori sistematicamente più elevati rispetto agli uomini. Nel 2016, una donna tra i 25 e i 29 anni dedicherà circa il 29-30% della propria vita futura alle attività di cura, contro il 22-23% di un uomo della stessa età. In termini assoluti, ciò corrisponde a circa 16-17 anni di caregiving per le donne e 12-13 anni per gli uomini, calcolati sull’aspettativa di vita tra i 25 e i 29 anni, con un divario di circa quattro anni.
«Questi modelli – si legge nella ricerca – riflettono norme di genere persistenti e hanno conseguenze di vasta portata sulla partecipazione delle donne al mercato del lavoro, sui percorsi pensionistici e sulla sicurezza economica a lungo termine, anche perché l’assistenza è concepita come un ruolo piuttosto che come ore di utilizzo del tempo».
Il concetto di “cura” inoltre è esteso: studi sull’uso del tempo e sull’assistenza evidenziano infatti che in tutte le fasi della vita le donne si assumono una quota maggiore di responsabilità di cura rispetto agli uomini, tra cui l’assistenza pratica, i lavori domestici e la “cura dei parenti”, riflettendo norme e aspettative di genere più ampie radicate nei sistemi familiari e di parentela. Le ricerche sull’assistenza all’infanzia e ai nipoti mostrano che madri e nonne si assumono in modo sproporzionato la responsabilità e sono più propense a fornire supporto frequente o intensivo. Analogamente, nell’assistenza agli anziani, le donne sono più spesso coinvolte nel supporto intensivo.
«Un ulteriore corpus di studi concettualizza gli adulti di mezza età, in particolare le donne, come appartenenti a una “generazione sandwich”, che si occupa contemporaneamente di genitori anziani e figli o nipoti a carico» prosegue Tomassini.
La ricerca dimostra inoltre che l’aumento della longevità ha prolungato gli anni che gli individui possono trascorrere prendendosi cura dei familiari più anziani, ampliando così la potenziale durata del coinvolgimento nell’assistenza.