Compie 100 anni il 18 febbraio: Susanna Egri, ballerina e coreografa di origine ungherese e naturalizzata italiana, vive a Torino. Lei e la danza sono un tutt’uno e lo racconta con energia e passione.
Cos’è la danza per lei?
«La mia vita. Ho il privilegio di poter dire di essermi consacrata alla danza, non è un hobby da accostare a un impiego che spesso diviene necessità fastidiosa. Tutto ciò che apprendo, che mi incuriosisce, che provo, prende forma nella danza».
Come ha iniziato?
«Ho sempre avuto la danza in casa, con una mamma maestra che mi ha insegnato a camminare e nello stesso tempo a controllare i movimenti del corpo e quindi a danzare. E poi mi piaceva andare a scuola e insegnare alle mie compagne, quelle che avevano voglia di ascoltare e imparare, i passi».
La morte di suo padre è stata una tragedia improvvisa: la danza l’ha aiutata?
«Quando è accaduto pensavo di non potermi risollevare. Mio padre era la certezza che non mi sarebbe potuto mai accadere nulla di male, era luminoso, eccezionale, la sicurezza sulla quale poggiare tutto e in un attimo è venuto a mancare con tutta la squadra che aveva portato nella leggenda. Non potevo dire “adesso vado avanti”. In quel disastro, la “fortuna” è stata la nascita della tv, di un nuovo mondo in cui mi hanno coinvolta e che mi ha dato la possibilità di rimettermi in piedi. Ho capito che mio padre è sempre con me. Guardo Superga e penso all’attimo prima dello schianto, quando mio padre era vivo e sento il suo spirito sempre con me: questo mi aiuta a non sentirmi persa. Questo sentimento e tutti gli altri sentimenti entrano nella danza perché la danza è comunicazione di un’esperienza. Se le altre arti coinvolgono solo una parte di noi per comunicare, la danza coinvolge tutto il corpo e il corpo stesso è opera d’arte».
Lei è danzatrice e coreografa: quale ruolo sente più suo?
«Danzare e creare sono tutt’uno. La danza non è solo interpretazione ma anche creazione. Dopo la guerra sono tornata in Italia con l’idea di portare qui la spinta verso l’innovazione che avevo sperimentato all’estero. L’Italia però da questo punto di vista era un deserto: a nessuno interessava la danza. Come potevo innovare se non importava nemmeno la tradizione, l’antico? Non c’erano scuole di livello, non c’erano teatri con una programmazione dedicata. Oggi vi è molta più conoscenza della danza, sia quella buona sia quella meno buona».
I programmi tv hanno aiutato o danneggiato?
«Hanno dato visibilità. Bisogna però ricordare che alla danza si arriva con lo studio. Senza regole non si può giocare nemmeno a rimpiattino. Vi è spesso l’equivoco nel pensare che la danza del passato fosse basata sulla tecnica e che oggi non sia più necessaria ma non è vero. E’ indispensabile l’alfabetizzazione del corpo, così come a scuola impariamo a leggere, a scrivere e a fare di conto, a danza impariamo la tecnica. Si studia scientificamente la postura del vivere. E la danza resta contemporanea, è specchio della società che la produce e l’ha prodotta. E’ continuamente così. Oggi in Italia ci sono tantissimi ballerini molto bravi perché hanno capito che bisogna studiare, che servono esperienze anche all’estero».
Il terzo elemento della sua carriera e della sua vita, infatti, è quello dell’insegnamento…
«Trasmettere ad altri quello che so è nel mio Dna. Ci sono danzatori che iniziano a coreografare e a insegnare quando hanno concluso la carriera sul palco, io invece ho sviluppato le tre vie in parallelo. Ho dimostrato anche che la stessa persona può avere la stessa capacità sia nel classico sia nel contemporaneo sia nel moderno».
Quale incontro o maestro l’ha segnata?
«Il ballerino e coreografo tedesco Harald Kreutzberg che seguiva la linea del coreografo ungherese Rudolf laban, il più grande innovatore d’Europa. Ha studiato scientificamente e ha capito che la danza dipende dal tempo, dallo spazio, dall’energia, inventando la scrittura della danza. Durante l’adolescenza ho visto un recital in Ungheria di Kreutzberg e mi ha entusiasmato, è stato per me un modello. Mi sono detta “voglio fare questo”. Appena è terminata la guerra mi sono quindi “manifestata”, portando sul palco una proposta con una dozzina di danze diverse: dalle punte al jazz, dal tip tap all’etnico. Le avevo studiate tutte e potevo snocciolarle una dopo l’altra proprio come Kreutzberg. Così come il trittico “L’uomo e il suo dio” nel quale racconto l’approccio al divino nelle varie fasi della vita. Un’opera che coinvolge tutti gli esseri pensanti».
Una creazione alla quale è legata?
«Quasi impossibile scegliere. Di volta in volta sono stata soddisfatta. Penso a “Il combattimento di Tancredi e Clorinda” nel 1956 al teatro La Fenice a Venezia, prima che bruciasse. Io ero Clorinda e ho creato un vero combattimento. Fino a quel momento i coreografi si erano fatti obnubilare dalla musica tranquilla di Monteverdi ma in scena ci sono due persone che si affrontano e una delle due deve morire. Clorinda muore per mano di chi la ama, Tancredi, che non sa chi ha davanti. Il successo di pubblico è stato grandissimo e per me una grande gioia anche se dalla critica è arrivata la stangata: qualcuno ha scritto che sembrava di stare nel Far West. Ecco! Avevo raggiunto l’obiettivo! Era un duello non un idillio».
Ha rimpianti?
«No, ho sempre fatto ciò che volevo, nulla per convenienza. Sono un’anticonformista, non mi sono mai interessate le mode. E poi non guardo indietro ma avanti. Certo, avrei potuto fare meglio qualcosa ma so anche che ho impegnato le mie capacità al 100%. In tanti hanno cercato di mettermi in difficoltà per le mie produzioni innovative ma non mi sono mai “convertita”. Mi sono limitata a comunicare ciò che sentivo e ritenevo importante: se i critici a volte non mi hanno capita, il pubblico invece mi ha sempre compresa e seguita; ho instaurato un ottimo rapporto perché la danza è comunicazione da spirito a spirito, ammesso che lo spirito sia vigile. Mi consola constatare di avere tante creature che porteranno avanti i semi che ho gettato».
Ha eredi?
«In primis, Raphael Bianco. L’ho preso per mano da bambino ed è diventato un ballerino come dico io: la danza è una con tante facce e lui l’ha compreso. E poi ha studiato all’Università della danza. Sono stata la prima in Italia a creare un’università per la formazione dei coreografi: non è vero che lo si diventa per esperienza. Basti pensare ai pianisti: non tutti sono compositori. Si deve vivere guardandosi intorno, bisogna essere nell’attualità: essere coreografi richiede una cultura immensa, reagire a ciò che succedere e non pensare mai di essere arrivati».
Il suo sogno?
«Finché le forze me lo concederanno, voglio comunicare ciò che ho trovato giusto per me. Sono contraria a ogni forma di violenza e mi disgusta questo mondo in cui la violenza stessa sembra dominare. Bisogna avere rispetto per se stessi, per il proprio corpo che rappresenta il nostro strumento per vivere. Non ho mai tollerato i tatuaggi, per esempio. Se hai uno Stradivari di certo non lo intagli o ci disegni sopra: il corpo per i danzatori è come uno Stradivari. E poi è necessario il rispetto verso gli altri. Ho sempre detto no a ciò che è estremo e ho sempre cercato di armonizzare perché la danza è armonia; bisogna cercare di crearla a tutti i costi perché l’armonia è terreno dove tutto procede in maniera soddisfacente. Mi allontano da chi mi vuol fare del male o chi non ha gli stessi valori».
Nella sua opera ha dato ampio spazio al tema del femminile: perché?
«Ho approfondito e messo in risalto la condizione della donna anche quando decenni fa non era un argomento in primo piano. Ho cercato di evidenziare la grande difficoltà delle donne a emergere dallo stato di esclusione. Una ragazza di buona famiglia, a 18 anni, non doveva far altro se non cercare un “buon partito” e mettere su famiglia. Non era pensabile che la donna cercasse una sua autonomia. Ho voluto dare un messaggio. Ho vinto un Prix Italia per cavalleria Rusticana: avevo ambientato la vicenda nella Sicilia degli anni Cinquanta e ho trasformato Lola in una benzinaia, con un marito e una tresca con Turiddu: uno spaccato della vita affettiva, un forte desiderio di emancipazione, l’affermazione di una indipendenza economica che permette di non essere “rovinata” se sei incinta e il padre del bambino non ti sposa. Ho proposto anche in tv un assolo, con tre fasce elastiche che andavano da una quinta all’altra: la donna era frammentata e costretta a ruoli imposti, poi si libera, ma libertà vuol dire anche aver paura di sbagliare, è continua ricerca, è una responsabilità».
Nella serata celebrativa del suo centenario, il 18 febbraio a Verbania, andrà in scena «Istantanee», suo capolavoro giovanile: come è nato?
«Mi meraviglio ancora che io, così giovane, abbia potuto avere una visione così ampia e averla risolta con tale spregiudicatezza. Ho utilizzato una musica innovativa, pensata per me, e unito 31 istantanee, appunto, di uno o due minuti, che raccontassero l’umano, dall’essere soli alla relazione con l’altro. Ha sempre conquistato l’interesse di chi ha la capacità di aprirsi al nuovo, di accogliere. Non esiste danza senza pubblico».
Le fanno piacere queste celebrazioni?
«Molto. Un artista vuole essere amato. Ricordo, come uno dei momenti più felici, la trasferta per due mesi in Cina, dove insegnavo a una compagnia di 70 elementi e dove venivo presentata e accolta come maestra. La gente mi fermava, mi salutava, mi ringraziava, mi baciava le mani perché portavo qualcosa di nuovo, che non avevano e di cui sentivano il bisogno. E’ la situazione ideale per un artista che ritiene prezioso trasmettere ciò che conosce. La riconoscenza è tutto. Penso anche alla recente inaugurazione dell’Olimpichetto a Vicenza: nel 1948 era andato in scena un Edipo Re, e io conducevo il coro che doveva cantare e danzare. Di tutti gli interpreti di allora sono rimasta solo io e mi hanno invitata per l’apertura della mostra che celebra il restauro della storica scenografia».
Libro sul comodino?
«Homo ludens di Johan Huzinga. L’ho ereditato da mio padre che credeva nell’importanza del gioco. Tutto si riconduce al gioco, sia per gli animali sia per gli umani, per imparare a stare al mondo. E ogni gioco ha le sue regole e questo unisce».