I lavoratori dipendenti sono sempre più anziani nel nostro Paese: il record nazionale nella provincia di Biella.
Lavoratori dipendenti sempre più anziani: nel biellese il record nazionale
Biella è la provincia con la quota più alta nel Paese di ultra 50enni sul totale degli occupati, pari al 38,9%. La Lombardia ha 3.776.242 dipendenti, di cui 1.215.581 over 50 pari al 32,2%, l’età media è di 41,70 anni. In Piemonte su 1.306.256 dipendenti 448.772 sono over 50 (34,4%) con età media di 42,28 anni. In Liguria 438.905 dipendenti di cui 156.343 over 50 (35,6%), età media di 42,43 anni. In Italia, operai e impiegati quindi sono sempre più anziani. Nel 2024 (ultimi dati disponibili), l’età media dei lavoratori dipendenti del settore privato ha sfiorato i 42 anni, con un incremento di quattro anni rispetto al 2008, quando si attestava poco sotto i 38. Oggi un dipendente su tre ha superato la soglia dei 50 anni. La fascia lavorativa più centrale e strategica, quella tra i 25 e i 44 anni, è anche quella che negli ultimi sedici anni ha registrato la contrazione percentuale più marcata.
Crescono le coorti più anziane
All’opposto, sono cresciute soprattutto le coorti più anziane: gli over 50, in particolare, con un aumento del 154,5 per cento tra i 55 e i 59 anni e addirittura del 372% tra i 60 e i 64 anni. Una fotografia scattata dall’Ufficio studi della Cgia che rileva come le situazioni più critiche si registrino a Potenza, dove l’età media raggiunge i 43,63 anni, seguita da Terni (43,61) e Biella (43,53); per contro, segnaliamo che le province italiane dove l’età è più bassa interessano Vibo Valentia (40,27), Aosta (40,07) e Bolzano (39,95). L’invecchiamento della popolazione, dunque, non è un tema solo demografico: è anche un problema economico, soprattutto per le piccole e micro imprese: i lavoratori che vanno in pensione non sempre vengono sostituiti da giovani in numero sufficiente e questo squilibrio sta diventando un vincolo strutturale alla crescita.
I rischi per le aziende
Per le piccole aziende il primo rischio è operativo. La carenza di manodopera riduce la capacità produttiva e rende più difficile presidiare ruoli chiave, soprattutto nei settori tecnici e manifatturieri. Non si tratta solo di trovare persone, ma di trovare competenze adeguate in tempi compatibili con le esigenze aziendali. Nello studio Cgia si evidenzia anche come il problema più profondo sia la perdita di capitale umano invisibile: con l’uscita dei lavoratori più anziani si disperdono competenze tacite, conoscenze di processo, relazioni con clienti e fornitori. E’ un patrimonio che non compare nei bilanci aziendali ma che determina la capacità competitiva dell’impresa. Senza un passaggio generazionale strutturato, molte piccole realtà produttive rischiano di perdere in pochi anni i traguardi che hanno raggiunto in decenni di duro lavoro. L’invecchiamento ha effetti anche sull’innovazione. Aziende con un’età media elevata tendono ad adottare più lentamente nuove tecnologie e modelli organizzativi.
Il ritardo diventa cumulativo
La digitalizzazione procede a macchia di leopardo, l’automazione viene rinviata, l’integrazione nelle filiere più avanzate si indebolisce. In un’economia sempre più basata su produttività e conoscenza, questo ritardo diventa cumulativo. Non solo, le imprese edili, quelle di facchinaggio, l’autotrasporto, i comparti produttivi che sono obbligati a lavorare anche di notte, guardano con crescente preoccupazione all’età media dei propri addetti con l’aggravante del fatto che i giovani non vogliano più fare questi mestieri e privilegiano le grandi imprese, percepite come in grado di garantire maggiori tutele, visibilità e stabilità. Una forza lavoro anziana, inoltre, è più esposta a infortuni e problemi di salute, con ricadute su assenteismo, premi assicurativi e spese indirette per le imprese.