di Vassiliki Tziveli*
*mental coach e giornalista
Andare in pensione non significa soltanto smettere di lavorare, ma chiudere una lunga fase della propria vita e aprirne un’altra, spesso senza avere una mappa chiara in mano. Per molti anni il lavoro ha dato ritmo alle giornate, scandito il tempo, offerto un ruolo riconoscibile e, in modo silenzioso, ha risposto a una domanda fondamentale: “Chi sono?”.
Quando quel ruolo viene meno, può emergere una sensazione di spaesamento difficile da spiegare, che a volte si manifesta come un vuoto, altre come inquietudine, altre ancora come un senso di inutilità che sorprende e spaventa. Eppure non c’è nulla di sbagliato in queste emozioni che sono il segnale di un passaggio profondo e non di una debolezza.
La pensione non è semplicemente tempo libero in più, ma un cambiamento di assetto interiore dove non si tratta solo di riempire le giornate, ma di ridefinire il proprio posto nel mondo. Il rischio più grande è pensare che, venuto meno il lavoro, venga meno anche il valore personale, senza comprendere che il valore non coincide con una mansione, un badge o un titolo. Ciò che si è costruito negli anni non scompare, ma resta sotto altre forme fatte di competenze, relazioni, esperienza e memoria.
C’è chi arriva alla pensione con un forte desiderio di rallentare e chi, invece, teme il silenzio delle giornate troppo vuote. Spesso convivono entrambe le sensazioni passando dal sollievo alla paura, dalla leggerezza allo smarrimento in questa fase che chiede ascolto e non soluzioni immediate. Dopo tanti anni, per la prima volta, il tempo diventa davvero proprio e questo può destabilizzare perché richiede di imparare a scegliere senza più cornici prestabilite.
Scegliere come vivere le proprie giornate richiede un nuovo tipo di responsabilità, non più verso un’azienda o un ruolo, ma verso sé stessi. Certe persone riscoprono passioni accantonate, altre il piacere della lentezza, altre ancora il desiderio di restituire agli altri ciò che hanno imparato negli anni, attraverso la presenza, l’ascolto, l’esperienza. Il semplice prendersi cura di sé e degli altri può diventare una forma nuova di significato.
Non esiste un modo giusto di vivere la pensione, ma esiste il modo che risuona con la propria storia. E’ importante concedersi anche un tempo di vuoto, senza colpevolizzarsi perché non tutto deve essere subito produttivo. Disabituarsi alla corsa richiede pazienza e solo attraversando questo spazio può emergere una nuova forma di senso, più libera e più autentica. Andare in pensione allora non è una fine ma un passaggio, un tempo nuovo da abitare, non da riempire, in cui imparare a stare più che a fare, dove per molti, se accolto con rispetto e curiosità, può diventare l’inizio di una stagione sorprendentemente viva.