Salute e benessere

Cuore, i rischi dei “marcatori nascosti”

Cuore, i rischi dei “marcatori nascosti”

di Micol Baronio

Quando si parla di cuore e arterie, il primo imputato è quasi sempre il colesterolo. Ma, secondo il dottor Luciano Lozio (nella foto), farmacista e farmacologo, esperto di microbiota e autore del libro “Il dottor Lozio in TV”, esistono parametri meno conosciuti e spesso non misurati di routine che possono incidere in modo decisivo sul rischio cardiovascolare: omocisteina, TMAO (trimetilammina N-ossido) e vitamina D.

Luciano Lozio
Luciano Lozio

L’omocisteina è un intermedio del metabolismo della metionina (un aminoacido essenziale). In condizioni fisiologiche normali viene “riciclata” e mantenuta bassa. Se però il ciclo si rallenta o si blocca, l’omocisteina tende ad accumularsi e può diventare problematica: è associata a danno endoteliale, vasocostrizione, aumento della rigidità vascolare e maggiore propensione a eventi come placche, infarto e ictus. In laboratorio spesso si considera accettabile un valore fino a circa 15 µmol/L; Lozio sottolinea che sopra certe soglie (specie oltre 20 µmol/L) è opportuno intervenire, valutando il rischio complessivo della persona. Il punto chiave è biochimico ma pratico: per “smaltire” l’omocisteina servono cofattori specifici, soprattutto vitamine del gruppo B e minerali. In particolare: B6, B9 (folati) e B12, con il supporto di B2 e di enzimi del ciclo dei folati (tra cui MTHFR). In alcune persone esistono varianti genetiche che riducono l’efficienza del sistema: in questi casi Lozio richiama l’importanza di forme già attive/metilate (es. folato metilato, metilcobalamina), sempre con supervisione medica. Il consiglio pratico di Lozio: non fare “fai-da-te” casuale. Se l’omocisteina è alta, ha senso un’integrazione mirata di complesso B (nelle forme appropriate) e una correzione della dieta: più verdure a foglia verde (fonte naturale di folati), proteine di qualità e attenzione particolare alla B12 (critica in chi non consuma alimenti animali: vegani e vegetariani stretti devono monitorarla e integrarla).
Il TMAO è un metabolita legato al microbiota intestinale: alcune sostanze introdotte con l’alimentazione (come colina e carnitina) possono essere trasformate dai batteri in trimetilammina, poi convertita dal fegato in TMAO. Lozio lo descrive come un indicatore da non sottovalutare perché può favorire processi pro-aterogeni: maggiore predisposizione alla formazione di cellule schiumose, facilitazione dei meccanismi che rendono più “aggressive” le LDL e un terreno infiammatorio che può peggiorare anche la tolleranza ai carboidrati. Consigli pratici: se il TMAO risulta elevato, il lavoro non è solo “tagliare” un alimento, ma agire sul contesto: qualità della dieta, controllo degli ultraprocessati, più fibra (prebiotici), equilibrio del microbiota, attività fisica e gestione del peso.
La vitamina D non è una semplice vitamina, ma un vero modulatore endocrino con effetti su immunità e infiammazione. Lozio ricorda che oggi viene studiata con interesse anche in ambiti complessi, e che misurarla è spesso utile. Un valore basso può aumentare vulnerabilità e squilibri sistemici: per questo è importante verificare i livelli e, se necessario, integrare in modo corretto.
Quindi il colesterolo, da solo, non racconta tutta la storia. Omocisteina e TMAO possono “accendere” il rischio anche con profili lipidici apparentemente buoni. La prevenzione moderna passa da esami mirati, interpretati da un professionista, e da interventi concreti: alimentazione di qualità, microbiota in equilibrio e integrazione ragionata.