Il personaggio

Costruire ponti attraverso la musica: l’idea del maestro genovese Lorenzo Tazieri

«Sono ligure. Stretto fra montagna e mare. Dalla prima ho acquisito l’ancoraggio alla concretezza, dal secondo l’apertura verso l’orizzonte, la proiezione verso l’ignoto, la scoperta, il pionierismo».

Costruire ponti attraverso la musica: l’idea del maestro genovese Lorenzo Tazieri

Unire il mondo con la musica. Sembra un sogno, un’idea astratta e invece è ciò che costruisce Lorenzo Tazzieri, genovese, classe 1985, che ha ricevuto il Premio LericiPea «Liguri nel Mondo», assegnato ogni anno a personalità che, nel proprio ambito, si siano distinte a livello internazionale, divenendo ambasciatori dell’eccellenza ligure nel mondo. E lo ha ricevuto, «non solo per il suo grande talento in campo musicale, ma anche per la determinazione con cui da anni affianca all’attività di direzione d’orchestra, un intenso lavoro di diplomazia culturale, come presidente dell’Associazione Internazionale delle Culture Unite. Collaborando con le più importanti istituzioni culturali, artistiche e diplomatiche del mondo, Tazzieri è riuscito a creare legami tra diverse culture attraverso la musica, perseguendo il concetto di bridging culture; cardine peraltro del progetto El Programa de Ópera Italia, coordinato da Aicu e sviluppato con partner pubblici e privati in America Latina e in Europa». La musica diventa così uno strumento di diplomazia culturale, capace di unire persone e culture attraverso l’arte e la collaborazione.

Quando è nato il suo interesse per la musica?

«A 6 anni ho insistito con i miei genitori affinché mi regalassero un violino: uno strumento che mi affascinava per la forma. Nessuno della mia famiglia apparteneva al mondo dell’arte ed è stato quindi un desiderio inusuale. Ho iniziato subito a prendere lezioni e non ho più abbandonato la musica».

Vantaggio o svantaggio non essere figlio d’arte?

«Avere una famiglia con una tradizione musicale può essere un’opportunità per il background e il linguaggio che si pratica quotidianamente ma potrebbe comportare anche una maggiore pressione sulla scelta dello strumento da suonare o della carriera da intraprendere. Per me poter scegliere in maniera libera, senza condizionamenti, è stato un plus».

Cosa rappresenta la musica per lei?

«Un linguaggio espressivo. In Europa è considerata una pratica elitaria invece è come la parola, è capacità di comunicare e questo è il messaggio che porto in giro per il mondo».

Quanto contano le radici?

«I premi ricevuti nel 2018 e quest’ultimo nel 2025 credo indichino proprio il valore fondamentale dell’imprinting della propria città, regione, nazione, come valore fondamentale all’interno del proprio linguaggio artistico. In tutto ciò che sto promuovendo, porto con me gli insegnamenti fondamentali ricevuti e cerco di trasmetterli nel mio modo di intendere la musica».

Come la intende?

«Come un’armonia di elementi. Non mi ha mai affascinato il fare musica da solo, pur invidiando chi vi riesce. Per me unire in un’orchestra o nell’opera e ciò che ho studiato e che mi appassiona».

Applicare questo concetto è il cuore del suo progetto El Programa de Ópera Italia: può spiegarlo?

«Si tratta di un progetto di cooperazione internazionale che coinvolge Perù, Cile e Brasile, in collaborazione con Italia e Cina. Unisce l’aspetto formativo e quello esecutivo dell’opera lirica. E’ prevista la creazione di tre centri formativi nei tre Paesi dell’America Latina citati, che possano affrontare tutti gli aspetti di un’opera: dalla scenografia ai costumi al canto. Verrà formata l’orchestra giovanile “Simón Boccanegra” che già dal 2026 produrrà una stagione. Un focus sarà sull’opera italiana con quattro spettacoli, due opere (una già stabilita, la Turandot) e due gala. Una linea sarà invece dedicata a otto spettacoli che raccontino, ciascuno, una città italiana e un compositore».

L’opera è nata in Italia ma sembra che ci sia maggiore attenzione e sensibilità all’estero verso questa forma d’arte: è così?

«L’Italia è creatrice ed esportatrice d’opera e per questo dall’estero si sente la necessità di venire in Italia per respirare quest’arte. In Italia forse è venuta a mancare un poco di consapevolezza di questa opportunità. Non si deve dimenticare anche il contesto sociale: in Italia, e più in generale in Europa, si è persa la necessità di trovare un linguaggio differente per crescere, per affermarsi. I giovani di altri popoli hanno ancora questa necessità, questo bisogno e di conseguenza si avvicinano a forme d’arte come l’opera. Non esiste, però, un Paese meglio o peggio dell’altro. E’ fondamentale unire le esperienze. L’altro non è il “diverso” ma il complementare e tutto questo arricchisce. E’ la grande formazione che ho ricevuto e che cerco di trasmettere».

L’incontro che ha segnato la sua carriera e che l’ha portata a quanto sta costruendo ora?

«Il primissimo viaggio in Centro America. Avevo 23 anni. Ho diretto un’orchestra giovanile con 80 ragazzi; alcuni non arrivavano a toccare terra con i piedi dalla loro seduta. Non avevano alcuna esperienza di repertorio operistico e la prima prova è stata piuttosto caotica. Dopo una settimana è avvenuta la trasformazione. In Italia non avevo mai visto qualcosa del genere. Ho compreso appieno il potenziale della musica d’insieme e questo ha cambiato la mia prospettiva».

Sacrifici e rinunce per il suo lavoro?

«Sì, ma parlerei più di una ricerca costante della “non comodità”. Se ci si sente comodi, ci si ferma».

Rimpianti?

«Per ora nessuno. Certo, avrei potuto seguire percorsi diversi o fare esperienze diverse, ma come tutti gli individui».

Il sogno?

«Il sogno più grande è quello che non ho ancora pensato. Sono contento di ciò che sto realizzando e vorrei vedere questo progetto applicato in più Paesi possibili, sviluppando questa modalità di fare musica e teatro con presupposti collettivi».

Cosa consiglierebbe a un giovane che vuole trasformare l’amore per la musica in una professione?

«Di cogliere le straordinarie opportunità di formazione che il nostro Paese offre. Una vera eccellenza. E poi di “uscire” dalla zona di comfort e andare a cercare esperienze molto diverse dalla propria formazione per vivere nella scomodità intellettuale che genera ricchezza».

L’opera che vorrebbe dirigere e dove?

«La mia preferita è Turandot perché credo sia una narrazione capace di descrivere l’animo e la psiche umani. Mi piacerebbe legare il mio progetto e portarlo nei teatri della Toscana, essendo io un inguaribile pucciniano».

Come si definisce caratterialmente?

«Sono ligure. Stretto fra montagna e mare. Dalla prima ho acquisito l’ancoraggio alla concretezza, dal secondo l’apertura verso l’orizzonte, la proiezione verso l’ignoto, la scoperta, il pionierismo».

Cosa le manca dell’Italia quando è all’estero?

«Focaccia, pesto e caffè espresso (risponde ridendo: ndr) ma d’altra parte quando sono qui mi manca anche qualche specialità latina…».